“La Spada nella Roccia” è un bellissimo lungometraggio animato della Disney datato 1963, in cui si narrano le vicende del giovane Re Artù, nel cartone soprannominato Semola, e del suo apprendistato come scudiero prima e poi futuro re nelle abili (sebbene un po' pasticcione) mani di Mago Merlino. Il titolo della pellicola ricalca il modo in cui Artù-Semola divenne sovrano: estraendo una spada conficcata in un'incudine posizionata sopra una grossa pietra e divenendo così, per diritto divino, re dei Britanni, lui che in origine appariva solo un umile ragazzo del popolo. Il film fece epoca e i suoi personaggi, a cominciare dalla “cattiva” Maga Magò e dal gufo Anacleto, divennero un mito anche nei fumetti di Paperino e soci. Come spesso accade la Disney si divertì a rendere in chiave infantile e fanciullesca una storia epica, carica di simbolismi esoterici, che affonda la sua origine nel Medioevo e ben oltre. Infatti il riferimento al giovane Re Artù era tratto in prima battuta da un romanzo, “Leggenda Della Spada nella Roccia”, scritto da Terence Hanbury White con il titolo originale di "The Sword in the Stone" nel 1938. |
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(Sopra) Il giovane Semola-Re Artù estrae la Spada nella Roccia, dall'omonimo film Disney. |
Ma il libro di White era un rifacimento in chiave fantasy del celeberrimo ciclo arturiano che trovava nello scrittore quattrocentesco inglese Sir Thomas Malory la sua punta di diamante, ma che affondava le sue radici in quella “Matière de Bretagne” che aveva in vari cantastorie e trovatori i suoi principali esponenti. Nel caso della storia della spada conficcata nella pietra, la genesi si deve probabilmente a un poeta francese, Robert de Boron, vissuto a cavallo tra il 1100 e il 1200 e originario della Franca Contea, oggi posta al confine con la Germania. Nel suo romanzo “Merlino”, infatti Boron per primo spiega l'infanzia e l'adolescenza di Re Artù, figlio del sovrano Uther Pendragon ma allevato da Mago Merlino nell'anonimato. All'atto della morte del padre, mentre tutti i cavalieri di Bretagna cercavano di estrarre la spada che Uther aveva conficcato in un grosso megalito, Artù, nonostante fosse solo un ragazzo, riuscì a estrarre il ferro più e più volte, mentre l'impresa non riuscì ai nobili circostanti, con la costernazione, la frustrazione e la rabbia di tutti. La spada era fatata: rappresentava la nobiltà interiore, necessaria a governare il proprio popolo, una nobiltà che non sempre coincideva con quella effettiva dei cavalieri aristocratici ma che era una qualifica simile a una virtù interiore, una fierezza che solo i figli dei re (appunto: ma non necessariamente figli dei nobili) potevano possedere. Una volta compreso che Artù era il figlio di Pendragon, una volta che fu nominato cavaliere grazie all'intervento di Merlino, gli astanti compresero il suo valore e gli resero omaggio. Si comprende bene, dalle parole di Robert de Boron, il clima fortemente barbarico e guerresco relativo alla sottomissione al sovrano dei cavalieri; nondimeno emergono elementi pagani ancestrali, come il diritto a governare in base alla virtù, propria e a quello della stirpe. Si fondono due linee parallele simili e molto diverse al tempo stesso. Da un lato i popoli germanici di derivazione indoeuropea, guerreschi e fortemente legati all'onore e al vincolo tra soldati; dall'altro, la tradizione celtica che a sua volta si rifaceva a quella delle genti autoctone preistoriche, cacciatrici più che guerriere, in cui a contare non era solo la forza fisica ma un mix di caratteristiche, come saggezza, pietà, moderazione. Tutte caratteristiche che si fondono nella figura di Re Artù e dei cavalieri della Tavola Rotonda. Rotonda proprio perchè vengono considerati uguali tra di loro: non una struttura gerarchica nobiliare romana, di derivazione imperiale, a sua volta copiata da quella dei grandi imperi orientali come quello persiano o l'assiro-babilonese, bensì una specie di “democrazia dell'onore”, in cui il re è “primus inter pares” e lo è grazie alla sua intelligenza, alla sua spiritualità, alla sua grande interiorità che lo rendono saggio e sensibile, interprete dell'equlibrio naturale. Il fatto che la Madre Terra, la Dea Universale che è colei che gestisce vita e morte, lo ritiene degno di governare, rende il sovrano un super-uomo, un prescelto. Ed è la Dea Madre a sceglierlo: per stirpe, certo, ma anche grazie a quelle prove, quelle coincidenze che il Destino di cui è padrona si diverte a comminare. Che la pietra consenta ad Artù di estrarre la lama è un tipico gesto di volontà della Madre Terra, perché è la terra che custodisce il metallo grezzo che verrà poi forgiato nella spada. Ed è sempre la roccia dura e scura a fornire lo stampo per la spada, quello in cui verrà colato il ferro fuso prima che il fabbro doni ad essa la forma levigata e tagliente.
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(Sopra) Nel bellissimo film "Excalibur" del 1981, viene riproposta la leggenda della Spada nella Roccia. Nella pellicola si ritiene che essa sia proprio Excalibur, la spada posseduta da Uther Pendragon padre di Artù. Costui, sconfitto dagli uomini del Duca di Tintagel, prima di morire conficca la spada in un monolito. Anni dopo, e memori della profezia che chiunque estrarrà la spada diverrà Re d'Inghilterra, molti nobili si cimentano nell'impresa invano: finché non capiterà, per caso, proprio ad Artù, allora un semplice scudiero, che estrarrà la spada di suo padre e diverrà sovrano per diritto naturale. Il significato simbolico è semplice: solo il vero nobile d'animo è autorizzato a possedere quella spada, perché egli diviene custode dell'ordine naturale delle cose, l'emissario del divino (la Madre Terra) presso gli uomini. Uther, prima di morire, aveva tradito il patto sacro avendo utilizzato la magia per scopi personali e questo gli aveva fatto perdere il diritto a essere re: per tale ragione aveva sigillato la spada nella pietra, ridonandola alla vera proprietaria, la Terra. Ma il diritto di detenerla sarebbe tornato a suo figlio, appunto Artù, una volta divenuto adulto. |
La Madre Terra in questo processo ha il dominio su tutto: sarà lei a scegliere l'uomo degno di brandire un pezzo del suo corpo, nel rispetto di quegli ideali preistorici legati alla caccia e alla sopravvivenza della specie umana. Questo rende Artù diverso dagli altri sovrani: non è solo un monarca, è un custode della Natura, dell'equilibrio tra il passato e il futuro e la sua malattia (“Wasteland”, la “terra desolata”) segnerà l'inizio della ricerca della Sacra Coppa, quel Santo Graal che abbiamo visto non essere il calice dell'ultima cena in cui fu versato il sangue di Cristo, ma che ha attributi antichissimi legati all'Utero della Dea Madre e ai doni che essa ci elargisce. La Spada in questo contesto ha il significato di un patto, di un tramite che sigilla l'unione tra il divino femminile e l'umano. Purtroppo però, durante un combattimento contro re Pellinor, Artù spezza la sua arma, come ci racconta la “Suite du Merlin” (“Prosa di Merlino”), risalente al 1240. E' dopo questo episodio che Artù riceverà dalla Signora del Lago, Viviana, la celebre e invincibile Excalibur: nome che secondo alcuni scrittori era anche quello della Spada nella Roccia e che venne mantenuto anche dalla spada che uscì dalle acque. In questo caso il simbolismo muta e radicalmente: nella Dama del Lago è possibile rinvenire una delle tante Dee Madri celtiche, che fanno riferimento tutte alla vera grande Madre celtica, quella Danu che diede il nome a tantissimi fiumi europei. In questo caso cambiano i termini del patto: non è solo uno strumento di ordine e controllo, la spada diviene uno scettro, un attributo della divinità femminile, una sua emanazione. E' invincibile perchè tale è la Dea Guerriera; Artù non è solo il custode, è il liberatore, diviene un guerriero della luce al pari di tanti modelli guerreschi della lotta tra bene e male, come l'egizio Horus o lo stesso Arcangelo Michele nelle sue originarie accezioni bibliche. Lo scopo di questa trasformazione è chiara: lo scontro con il suo figlio incestuoso Mordred, vero e proprio alter-ego avuto dalla sorellastra Morgana, simboleggia lo scontro interiore tra Bene e Male, secondo uno schema già visto nel duello tra Horus e Set nella religione egizia e che ha numerosi epigoni nel mondo irlandese e in quello gallese. Non deve stupire questa concordia tra le tradizioni: veniamo tutti da un'unica popolazione africana originaria e gli archetipi simbolici, al pari del linguaggio, sono comuni a tutta l'Umanità, per quanto antichi essi siano.
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(Sopra, a sinistra) Una variante della Spada nella Roccia è la Spada nell'Albero tipica delle tradizioni scandinave. Dapprima il Dio Odino conficca la spada Gram nell'albero situato all'interno della sala di Hunding, poi la spada venne presa da Sigurd, eroe guerriero, che dopo averla mandata in pezzi la fa riforgiare facendola diventare più dura di qualsiasi metallo, al punto da tagliare in due un'incudine (al centro, incicione di Johannes Gehrts). Con quella spada Sigurd diverrà uccisore di draghi: qui lo si vede mentre con Gram taglia le rune, dal graffito posto sulla Pietra di Ramsund, in Norvegia, e risalente all'VIII Secolo CE. |
E così è possibile ritrovare un mito molto simile nelle tradizioni nordiche, in cui il protagonista è nientemeno che il prototipo del celebre Sigfrido della Saga dei Nibelunghi. Sigurd, eroe della Völsungasaga norvegese risalente al Quinto e Sesto Secolo CE, dunque coeva del presunto Artù storico, nel corso delle sue avventure estrae dall'albero Barnstokkr la spada Gram che era stata lì precedentemente conficcata dal Dio Odino. Gram è una spada magica, usata da Sigurd per uccidere il drago Fafnir e capace di tagliare in due un incudine... Una caratteristica questa assolutamente simile a quella di un altra spada magica, posseduta da un eroe che era caratterizzato dalla stessa attrezzatura di Sigurd: Orlando infatti come l'eroe norreno possedeva una spada tagliente e capace di fendere la pietra, la celebre Durlindana, e un corno magico, l'Oliferne. E come il norvegese il paladino di Carlo Magno, ufficialmente Governatore della arturiana Bretagna (guarda caso) ma in realtà nativo dell'Italia, di Sutri, in Toscana, come dice la leggenda popolare, anche lui andava in giro a spaccare pietre e a tagliare macigni, ufficialmente per tenere affilata la sua spada ma in realtà, come ci racconta l'Ariosto, per sfogare la sua rabbia di amante tradito! Al di là delle tradizioni, le narrazioni di Orlando il paladino, come riferisce la celebre “Chanson de Roland”, uniscono temi pagani e barbarici a questioni cristiane, come la lotta contro i saraceni e la difesa territoriale della cultura europea dalle contaminazioni orientali e bizantine. Orlando, associato come ad Artù alla terra e assai più amato dal pubblico popolare per la sua buffa umanità, è molto radicato in Italia ancor più che in Francia, sebbene proprio in Francia, a Rochemandur, si trovi collocata, conficcata nella roccia ai margini di una chiesa, sulla parete scoscesa, proprio quella che viene ritenuta la sua indistruttibile Durlindana. A vederla infilata in un taglio netto della pietra appare un po' arrugginita, ma tutto sommato in buone condizioni, a parte il fatto che è incatenata (forse per evitare che qualcuno la estragga e si autonomini Re di Francia?).
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(Sopra, a sinistra) L'incredibile Durlindana del paladino Orlando conficcata nella roccia verticale a strapiombo a Rochemandur, in Francia. (A destra) Un particolare di una vetrata della Cattedrale di Chartres risalente al XIII Secolo mostra Orlando che ferito a morte cerca di spezzare la sua spada senza riuscirvi: anzi la Durlindana taglia in due il masso monolitico. Secondo la leggenda il paladino scaglio via la sua spada, che finì per conficcarsi proprio sul costone roccioso di Rochemandur. Nella scena della vetrata si vede anche Orlando che suona il corno magico, l'Olifante, una caratteristica questa simile al corno posseduto da Sigurd. |
Rochemandur è un luogo incredibile, perché un un antico santuario preistorico costituito da grotte e anfratti decorati con graffiti e pitture rupestri sono sorte, nel Medioevo, decine di cappelle e santuari a picco sulla montagna. Due in particolare ci interessano: quello della Madonna Nera risalente al XI Secolo e quello dedicato a San Michele. Abbiamo visto in quest'articolo l'aspetto di Michele in versione psicopompo, ora dobbiamo incentrarci sull'espetto guerriero che lega l'Arcangelo indissolubilmente a quella che a tutt'oggi, escludendo la Durlindana, appare come la sola e unica “spada nella roccia” documentabile. Di questa vicenda abbiamo molti dati perchè si svolge verso la fine del 1100 e probabilmente vede nei Cavalieri Templari i registi occulti, ma affonda le sue radici a un periodo più antico di cinquecento anni. Ci riferiamo chiaramente alla celebre “spada nella roccia” di San Galgano, che si trova in un edificio sacro chiamato Rotonda (più precisamente “Rotonda della Cappella di San Galgano”, in località Montesiepi) che sorge a Chiusdino, non distante da Siena, nel cuore della Toscana. La spada in questione è quella di un santo, Galgano appunto, di cui le agiografie ci hanno detto tutto ciò che era lecito dire: costui era un soldato, figlio di Dionigia e Guidotto Guidotti, nobile di stirpe salica, discendente da una tribù di Franchi. Anzi, a dire il vero Galgano non era un semplice soldato: con i natali nobili, era un cavaliere, nel senso cavalleresco del termine. La sua vita ebbe inizio nel 1148 e già in giovane età prese la qualifica di combattente, venendo impiegato come vassallo nelle varie lotte di frontiera della turbolenta Toscana del primo secolo del Secondo Millennio. Ma qualcosa andò storto nella sua vita, se, dopo “eccessi, dissolutezze e perversioni” come dicono le agiografie, Galgano riceve la visita dell'Arcangelo Michele che lo invita a cessare i suoi comportamenti e lo pone sotto la sua protezione. In seguito, Galgano riceve una seconda visita di Michele che stavolta lo invita a seguirlo attraverso un ponte molto lungo al di sotto del quale si trovava un fiume ed un mulino in funzione; poi “...Oltrepassato il ponte ed attraversato un prato fiorito, che emanava un profumo intenso e soave, raggiunsero Monte Siepi, dove, in un edificio rotondo, Galgano incontrò i dodici apostoli. Qui ebbe la visione del Creatore: fu quello il momento della conversione. In seguito, durante degli spostamenti, per due volte il cavallo si rifiutò di proseguire e la seconda volta, solo dopo una intensa preghiera rivolta al Signore, il cavallo da solo e con le briglie sciolte lo condusse a Monte Siepi, nello stesso posto dove la visione gli aveva fatto incontrare i dodici apostoli. Qui Galgano, non trovando legname per fare una croce, ne fece una infiggendo la propria spada nella roccia, quindi trasformò il proprio mantello in saio e come tale lo indossò... Sentì anche una voce che veniva dal cielo che lo invitava a fermarsi in quel posto fino alla fine dei suoi giorni: iniziava così la sua vita da eremita, cibandosi di erbe selvatiche e dormendo sulla nuda terra...” (dalla “Legenda beati Galgani confessoris” di Anonimo Cistercense). Questo avvenne nel 1180, quando cioé Galgano aveva 32 anni. Galgano morì di stenti (cioé di fame, visto che mangiava solo erbe selvatiche) nel 1181, il 30 novembre, all'età di 33 anni. Tre giorni dopo, il 3 dicembre, venne beatificato e quattro anni più tardi venne fatto santo da papa Lucio III. Ora, sovvengono numerosi dubbi circa la vita di questo santo, l'origine, la rapidità della sua beatificazione, tutta una serie di riferimenti che ci fanno dire che questo racconto “puzza” terribilmente di propaganda: una propaganda inquietante perché qualsiasi cristiano anche minimamente praticante avrà riconosciuto i tratti della storia di San Francesco, che nacque l'anno dopo la morte di Galgano (il 1182) e morì a sua volta nel 1226, dopo aver trasformato radicalmente lo spirito cristiano. Leggendo lo spirito riformatore che in teoria aveva mosso anche Galgano, viene da chiedersi se questo non fosse parte di un progetto politico ben più vasto e antico, di cui fece parte inconsapevole o meno anche il santo di Assisi.
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(Sopra, a sinistra) San Galgano è un esempio "reale" di cavaliere che ha infisso la sua spada nella roccia, sebbene la sua vita abbia talmente tanti punti di dubbia veridicità da far pensare a una montatura. La spada comunque esiste, è realmente infilata in una roccia e recenti studi hanno confermato la sua origine al XII Secolo. La spada è custodita in una teca di vetro dopo numerosi atti vandalici anche recenti, all'interno di una cappella detta "di San Galgano" a Chiusdino, una trentina di km da Siena. Accanto a questa cappella dall'architettura assai atipica per il Medioevo sorge una ex-abbazia, anch'essa dedicata al santo, che però è andata in completa rovina, prendendo anche il tetto (a destra). |
Dobbiamo dire innanzitutto che il 1181 è un anno segnato da due eventi particolari: in primo luogo la morte del Papa, Alessandro III, e fin qui non si tratta di un evento eccezionale, perché “di papi ne sono morti sempre moltissimi”, come direbbe Benigni. Ma Alessandro III non fu un papa comune, benché tacciato di essere un uomo mediocre. Se analizziamo il contesto storico, ci accorgiamo come quegli anni fossero caratterizzati dal conflitto perenne tra il Sacro Romano Impero, nella figura dell'imperatore Federico Barbarossa, e dei comuni ribelli italiani, che avevano chiesto al Papato protezione contro l'invasore germanico. La vicenda è nota: l'invasione del Barbarossa e la distruzione di Milano nel 1162, la costituzione della Lega Lombarda e la decisiva Battaglia di Legnano del 1176 posero le basi per il riconoscimento dell'indipendenza dei comuni italiani. Alessandro III, papa nativo di Siena, insigne giurista, fu il nucleo dell'alleanza che costituì una delle pagine più belle della storia d'Italia.
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In suo onore fu fondata Alessandria, la città piemontese che aveva la funzione di rifornire l'esercito comunale; a lui il Barbarossa riconobbe i diritti stabiliti nel Concilio di Worms e che lui stesso non aveva accettato. Era il simbolo unitario dietra al quale si erano riunite tutte le forze liberali italiane, prodrome di quel Guelfismo che avrebbe caratterizzato il secolo seguente. E' chiaro però che dietro ai successi degli italici comunali non vi poteva essere solo il coraggio di un'accozzaglia di contadini armati di forconi, ma l'esercito fu organizzato e preparato, utilizzando tattiche militari collaudate in Terrasanta nientemeno che dai Cavalieri Templari ed è palese che la bandiera issata sul pennone del Carroccio, il carro trainato dai buoi che era la caratteristica peculiare dell'esercito italiano, fosse una immensa croce patente rossa in campo bianco... Il simbolo stammpigliato sul petto e sugli scudi dei nostri campioni di esoterismo. Del resto il papa, a cui i Templari erano molto legati, aveva tutto l'interesse a fare in modo che i comuni ottenessero il distacco dall'imperatore, che nel corso del suo lungo pontificato lo infastidì con ben tre antipapi tutti regolarmente liquidati dalla propaganda templare. Stupisce quindi che gli storici considerino Alessandro III un pontefice mediocre e stupido, quando pare un uomo scaltro e astuto. A tal punto, che potrebbe aver architettato, con i suoi amici Templari, uno stratagemma per creare un grande numero di fedeli, anche tra soldati convertiti e cristianizzati da un lato e legati pur sempre agli ideali cavallereschi dall'altro. Essendo di Siena, si progettò un grande santuario in terra senese, un centro di fede in una regione sacra da decine di migliaia di anni, venerata dagli Etruschi e dai loro antenati, in grado di attirare pellegrini da tutta Europa. |
(Sopra) Federico Barbarossa rende omaggio inginocchiandosi davanti a Papa Alessandro III, dopo la sconfitta subita nella Battaglia di Legnano. (Sotto) Il percorso del Barbarossa. |
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Elemento chiave era l'utilizzo di alcuni degli argomenti cortesi e legati alla letteratura cavalleresca che andavano di gran moda a quei tempi per far presa sui credenti, quali onore, temperanza, virtù. Per realizzare il loro piano, Alessandro e i Templari avrebbero chiesto aiuto a una figura enigmatica, un oscuro cavaliere francese che viveva in eremitaggio probabilmente presso l'area di Malavalle, nella Maremma. Questo monastero era stato fondato mezzo secolo prima da una figura ancor più enigmatica e leggendaria, San Guglielmo di Malavalle appunto, dietro cui si nascondeva nientemeno che Guglielmo X Duca di Aquitania, che si era ritirato a vita monacale nel 1137. Ufficialmente morto durante un pellegrinaggio a Santiago di Compostela e con i suoi possedimenti legalmente trasmessi alla figlia Eleonora d'Aquitania, regina prima di Francia e poi di Inghilterra, Guglielmo fu prima della scomparsa un grandissimo nobile, che portò avanti l'opera di mecenatismo culturale e di tolleranza religiosa intrapresa dal padre Guglielmo IX. Il Ducato di Aquitania era una di quelle regioni in cui si svilupparono la poesia e la letteratura cortese, che mantennero le antiche tradizioni risalenti al paganesimo e in cui grazie alla tolleranza si poterono sviluppare nuove correnti religiose come quella dei Catari. Guglielmo X era discendente diretto di Guglielmo di Gellone, signore di Barcellona e “matamoros”, che visse nell'VIII Secolo CE. Fu quest'uomo, discendente da una antica famiglia merovingia ma sposato a una principessa carolingia, che mise le basi per quello che oggi viene chiamato Midi, il Sud della Francia, un territorio in cui la tradizione ai tempi si coniugava alla civiltà e al progresso culturale. Scomunicato da giovane, Guglielmo X, a sua volta di stirpe merovingia, probabilmente si convertì al Cristinaesimo in età adulta e dopo aver effettuato i principali pellegrinaggi (a Roma, a Santiago e a Gerusalemme) dopo essersi finto morto, si rifugiò alla fine in un'area vicina alla costa maremmana, nei pressi dell'attuale Castiglione della Pescaia: l'eremo di Malavalle, appunto. Qui, San Guglielmo iniziò a fare miracoli talmente stupefacenti da attirare l'attenzione di tutta la gente della zona, che cominciò a venerarlo come un taumaturgo. Caratteristiche analoghe ebbe il culto di Galgano, che è accomunato al vicino Guglielmo dalla matrice merovingia della stirpe e questo non è assolutamente un caso. Infatti i Merovingi, i primi re di Francia, Franchi della tribù dei Salii-Sicambri, sono i famosi re-taumaturghi ritenuti discendenti di Gesù e della Maddalena in numerose opere, dal saggio “Il Santo Graal” al best-seller “Il Codice da Vinci”. Non c'è nulla di storico in quelle teorie sui presunti figli di Gesù: ma è un dato di fatto che i Merovingi erano caratterizzati da molte mogli (come Guglielmo X), da una folta chioma bionda e dalla capacità di compiere veri miracoli grazie alla particolare energia che usciva loro dalle mani (al punto che si diceva esse fumassero).
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Ecco il senso della nostra eccezionale scoperta. Sopra, da sinistra: San Galgano; il monaco che lo ispirò o forse un suo stesso parente, San Guglielmo di Malavalle alias Guglielmo X Duca d'Aquitania ritiratosi in eremitaggio; il loro diretto antenato, Guglielmo di Gellone conte di Barcellona, di stirpe merovingia; un ritratto settecentesco di Clodoveo III, sovrano merovingio dalla chioma lunga e biondo-rossiccia, dall'aspetto fortemente androgino. Sotto ancora altri sovrani merovingi: Clodoveo, Clotario III, Dagoberto e Clodoveo II. Come si vede tutti caratterizzati da capelli lunghi, biondi rossastri, femminei e delicati nei lineamenti, così come delicati appaiono i tratti di Galgano, loro discendente per ammissione della stessa Chiesa. Dunque la storia di San Galgano è un'invenzione elaborata con lo scopo di riportare in auge l'estro e le virtù terapeutiche di quella stirpe che si diceva guarisse con l'imposizione delle mani. Lo scopo naturalmente era quello di realizzare un cristianesimo più naturale, legato alle origini e meno materialista e politicizzato. |
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Non sappiamo chi sia in realtà San Galgano, ma quel che è certo è che le agiografie hanno inventato di sana pianta numerosi particolari: nessuna menzione alle ascendenze merovinge, benchè si sottolinei la stirpe salica; nessuna certezza sul cognome e anche il nome come vedremo pare inventato; l'età è palesemente un imbroglio, perché morire a 33 anni il 30 novembre ed essere canonizzati il 3 dicembre fa risaltare in maniera incredibile il simbolismo del Triplo Tre, associato fin dalla Bibbia al Sole e al concetto di Messia. Galgano non solo conficcò come Orlando la sua spada nella roccia del suo eremo a Montesiepi (e lo fece perchè non essendoci rami o alberi volle ricordare la forma della croce con l'elsa della sua spada – motivazione ridicola, visto che la Toscana abbonda di alberi e che su un colle che si chiama Monte-Siepe probabilmente di rami ne aveva a centinaia), non solo come San Martino (altro simbolismo solare), trasformò il mantello in un indumento umile, ma la sua testa decapitata, la solita macabra reliquia tipica del devozionismo medievale, mostrava fino a qualche centinaio di anni fa la sua faccia mummificata e una folta chioma bionda che vi cresceva nonostante la morte, al punto che ancor oggi San Galgano è il patrono dei calvi! Il legame con i Merovingi non potrebbe essere più assoluto, e nel suo nome stesso, si rinviene il paragone con un cavaliere letterario, mitico e valoroso oltre ogni misura: Gawain. Galgano infatti assomiglia terribilmente a Galvano, versione italianizzata di Gawain, straordinario cavaliere della Tavola Rotonda, nipote di Re Artù e custode egli stesso di Excalibur.
Gawain deriva da una parola antichissima proto-indoeuropea, Ghwazdhan, che significa “uomo con un bastone dalla punta aguzza” e che veniva utilizzato in tempi preistorici per definire il cacciatore armato di lancia con la punta di selce. Un altra etimologia, sempre proto-indoeuropea, fa riferimento alla parola “KwVncwV” che indicava l'utilensile del raschiatoio, che aveva una forma affilata come una lama. La parola “Kwankwerch” significava letteralmente “colui che taglia con una lama” e mai nome fu più azzeccato per un cavaliere della schiatta di Gawain o dello stesso Orlando. Galgano quindi non è un nome, ma un attributo, un titolo: come se si fosse chiamato “San Spadaccino”. Fatto sta che però la sua beatificazione, complice i miracoli che compiva, fu immediata e la causa fu senza dubbio il secondo grande evento che caratterizzò il 1181: l'esplosione della supernova SN1181. Questo evento è presente nelle cronache cinesi e giapponesi e fu caratterizzato dall'esplosione di una stella nella costellazione di Cassiopea: l'evento avvenne uno o due giorni dopo la morte di Alessandro III e duro per sei mesi. Per sei mesi cioé nel cielo notturno, in prossimità di Cassiopea, gli uomini del Medioevo videro una specie di secondo sole splendere luminosissimo... Oggi sappiamo molto di quell'evento, non solo grazie alle cronache dei regni dell'Estremo Oriente, ma anche grazie al fatto che oggi al posto di quella supernova esiste una stella pulsar, la 3C58, che è percepibile con l'ausilio di radiotelecopi e che ci permette di stabilire che il fenomeno fu visibile anche dall'Europa e dall'Italia. Ma allora, perché nessun cronachista occidentale menziona questo eccezionale evento astronomico? La paura e il timore delle ripercussioni della morte del papa fecero in modo che venisse eletto rapidamente il suo successore, al punto che il cistercense lucchese Lucio III venne incoronato soltanto un mese dopo. La luce nel cielo però continuava a brillare e così, tra le menti del marketing cristiano del XII Secolo, probabilmente si pensò di prendere quel merovingio che stava in Toscana, probabilmente figlio o nipote di Guglielmo d'Aquitania ritiratosi anche lui a fare l'eremita, e a trasformarlo in un nuovo Messia, magari utilizzando le stesse strategie filosofiche che avevano sostenuto movimenti pauperistici di grande successo come i Patarini o gli stessi nascenti Catari, protetti dallo stesso Guglielmo. Non si sa se Galgano, o qualunque fosse il suo nome, morì di inedia oppure fu ucciso, magari avvelenato o decapitato: al di là della testa, il suo corpo non fu mai ritrovato. Ma sappiamo che attorno alla sua spada nella roccia e al suo eremo sorse una cappella dallo straordinario simbolismo templare. |
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(Sopra) La straordinaria cappella di San Galgano a Chiusdino: una costruzione dal sapore tipicamente templare, eppure secondo alcune fonti già esistente al tempo in cui San Galgano conficcò la sua spada nella roccia. (Sotto) Ancor più incredibile appare l'interno dell'Abbazia, lasciata in stato d'abbandono totale, che regala sensazioni tipiche delle chiese diroccate scozzesi o irlandesi. |
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A poche centinaia di metri negli anni seguenti sorse una delle abbazie più ricche d'Italia, quella di San Galgano appunto, vero monumento alla Geometria Sacra e custode delle più ardite strutture gotiche, che ospitò i cistercensi della Confraternita di San Galgano. L'abbazia divenne florida e ricchissima in pochissimo tempo, almeno fino a quando prese piede quella di San Francesco ad Assisi, per poi cadere in rovina come mai nessuna chiesa in Italia. Sì, perchè pare che in questa idilliaca presa per i fondelli che papato e Templari fecero ai danni dei fedeli non si fece il conto con altre forze intestine alla Chiesa, che utilizzarono gli stessi simbolismi, depurati dalle ideologie gnostiche, per “creare” la figura di San Francesco in funzione anti-catara.
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Non ce ne vogliano i tanti ammiratori del Patrono d'Italia, che rimane globalmente una figura tra le più luminose della storia dell'Umanità, ma la repentina ascesa del culto di Galgano e la sua altrettanto rapida eclissi non possono far dimenticare gli attributi del santo merovingio che sono stati ricopiati, anzi letteralmente trapiantati, sul culto di San Francesco: il santo viveva in povertà assoluta e contemplazione, al pari di un monaco-guerriero taoista, ma si dedicava anche alle cure di poveri e malati; aveva spesso visioni della Gerusalemme Celeste e delle proporzioni da utilizzare negli edifici sacri, le stesse adottate nella Basilica Inferiore del santuario di Assisi; inoltre parlava con gli animali, abitava l'eremo in compagnia di un gruppo di lupi, a lui docili e completamente addomesticati... Troppe coincidenze per non far pensare come Galgano fosse stato un prototipo di nuovo santo proto-francescano, ma le cui origini franche-pagane (per non dire gnostiche) lo rendevano troppo “estremo” perché attorno a lui si sviluppasse un culto di vaste proporzioni. Allora si decise di puntare su un movimento diverso, pauperistico al parossismo, anche per costrastare l'eresia catara che in Italia stava prendendo sempre più piede (e almeno nell'Italia centrale la cosa funzionò). Questo incredibile progetto comunque dimostra da un lato la capacità di creare miti e personaggi utilizzata dai potenti del Medioevo. |
(Sopra) Nel 1181, pochi mesi prima la presunta "morte" di San Galgano, una supernova illuminò i cieli notturni nella costellazione di Cassiopea. Un segno importantissimo, un "nuovo sole" che diede l'idea di una nuova religione basata sul naturalismo. |
Utilizzando leggende e narrazioni antiche e attributi di eroi e divinità, i pubblicitari del tempo erano in grado di manipolare l'opinione pubblica modesta e ignorante del tempo, tacendo sulle luci nel cielo e sottovoce, non ufficialmente, attribuendole alla nascita o all'assunzione presso Dio di un tal santo. Per secoli si è considerato che la spada di Galgano fosse un falso, invece è stato dimostrato come fino al 1924 fosse possibile estrarre e rimettere la spada all'interno della roccia tufacea. Come fu possibile forare quella pietra in quel modo? Come per la spada di Orlando a Rochemandur, la spiegazione è rinvenibile nei metodi utilizzati dai costruttori di megaliti nella Preistoria e che sicuramente i Templari e gli Aquitati conoscevano (e che tratteremo in un'altra sede). La critica razionalista tuttavia ha snobbato per secoli questo luogo fino a quando, finanziati da una nota rivista di “divulgazione scientifica”, si è proceduto all'analisi della spada e del metallo. I risultati sono stati francamente deludenti, ma da tutte le parti si è concordato con l'asserire che si tratta certamente di una spada della fine del XII Secolo e che ciò dimostra senza ombra di dubbio come i miti arturiani siano in realtà inesistenti e anzi ispirati dalle vicende agiografiche italiane. Si resta stupiti nel vedere da quali associazioni sia venuto il patrocinio a questo studio inconcludente e c'è da pensare, in questi tempi di propaganda, come la Chiesa sia alla disperata ricerca di una nuova legittimazione ai suoi santi in crisi di pubblico. Dal nostro canto non possiamo che ribadire come le vicende arturiane siano state narrate da Goffredo di Monmouth una cinquantina di anni prima le presunte vicissitudini galganiane e che comunque le leggende aquitane narrate dai trovatori alla corte di Guglielmo IX risalgono agli inizi del XII Secolo. Ma è il segno che questi legami tra Merovingi e Catari, tra gnosticismo e leggende arturiane a loro volta rifacimento di miti pagani antichissimi sono scomodi per un potere politico che ha costuito la sua posizione attraverso secoli di menzogne e che vede oggi la sua supremazia messa in pericolo grazie alla diffusione del sapere.
Lorena Bianchi
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A sinistra) Dalla nostra disamina emerge come la vita di San Francesco sia stata ispirata da "poteri forti" che realizzarono in lui alcuni ideali già professati da Galgano, seppure depurati dalle scorie gnostiche tipiche dell'origine franco-provenzale del santo. Non a caso Francesco fu ampiamente utilizzato in chiave anti-catara, risultando alla lunga decisivo nell'attirare le masse contadine verso il culto cattolico. (A lato) Basta osservare l'Abbazia di San Galgano, costruita secondo i dettami della Geometria Sacra, per scoprire che il progetto merovingio-templare fu fallimentare: mentre la rivale Basilica di Assisi ogni anno accoglie milioni di fedeli. |
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