Le vere origini di Roma
La Città Eterna, oltre al nome occulto ignoto a tutti, nasconde caparbiamente anche il vero racconto delle origini del suo centro abitato. Tra miti fantasiosi e propaganda imperiale, facciamo luce sui veri fondatori dell'Urbe
Roma. La Capitale del Mondo, "Caput Mundi", la Città Eterna, l'Urbe su cui non tramonterà mai il Sole fino al giorno del Giudizio Universale… La sede della Cristianità, la sede dell'Impero considerato più importante della storia dell'Umanità, che ancor oggi percepiamo in quella che chiamiamo Civiltà Occidentale. Una storia antica che nasce il 21 aprile del 753 BCE, quando un pastore allevato da una lupa, figlio del Dio Marte e di una mortale sacerdotessa, con l'aratro tracciò le fondamenta delle mura quadrate che avrebbero costituito il primo nucleo della città più potente del mondo…
Una storia che conosciamo tutti. A scuola, in Italia, insegnano fin dalle elementari che fu proprio Romolo il primo re di Roma. Romolo, con tutte le fantasie mitologiche sulla sua nascita e sulla sua morte, rapito il cielo da un fulmine. Eppure Romolo non è che un personaggio di finzione, un archetipo dietro cui costruire la figura virile del Romano, l'uomo che non deve chiedere mai (e che ammazza i fratelli se osano venire a trovarti senza essere invitati). Un personaggio patriarcale, antipatico, odioso e falso come gli aristocratici patrizi a cui ha dato il nome.Già, perché se è errato parlare di Italia e di Italiani, come molti sostengono, lo è ancor di più parlare di Romani. Se andiamo a rileggere uno per uno tutti i 62 miti della fondazione di Roma, emerge un dato chiarissimo: quei Latini che derivavano da Enea sbarcato nel Lazio esule da Troia non sono mai esistiti.
(Sopra) Il colle Palatino sovrasta i Fori Imperiali di Roma: qui fu fondata la città nel 1600 BCE.
Anzi, non solo Roma esisteva già nel 753 BCE, ma era popolata da un connubio di razze in pace e in affari tra loro. Almeno sei distinte popolazioni infatti si possono scorgere nei ritrovamenti effettuati sui colli romani che spingono l'edificazione dei primi villaggi romani fino al 1600 BCE. Dagli scavi archeologici degli strati più antichi presenti su Aventino e Palatino, emerge un ritratto dell'Urbe assai diverso da quello mitizzato in età imperiale. Se sicuramente uno dei principali responsabili della leggenda del Natale Romano fu il poeta Virgilio nella sua Eneide commissionata dal primo imperatore, Ottaviano Augusto, è chiaro che un'analisi attenta e colta del testo lascia trasparire la verità. Virgilio, poeta e mago, era un uomo troppo intelligente per non inserire la sua versione dei fatti in quella imposta dall'imperatore per scopi propagandistici. Secondo alcuni autorevoli studiosi ottocenteschi nell'Eneide è presente un secondo livello di lettura, percepibile facilmente a chi abbia conoscenza dei veri fatti storici non inquinati dal condizionamento ideologico imperiale. Questo secondo livello avrebbe in un certo senso causato la morte del poeta, probabilmente avvelenato al momento del completamento dell'opera. Lo studioso Remo Mangialupi, nel suo interessante libro "Il cattivo zelo", parla di questo sostanziale doppio gioco da parte di Virgilio, che da un lato doveva accondiscendere il suo Principe e scrivere la storia da lui commissionata; dall'altro, accanto alle versioni dei miti imposte, accennava, con "cattivo zelo", a versioni opposte, contrastanti, quasi per accennare alla verità e instillare nel lettore un dubbio, screditando la sua stessa storia. E' questo il secondo livello di lettura presente nelle opere di Virgilio? Se è così, è chiaro che nella falsa e inventata tradizione augustea di Romolo fondatore è presente anche il suo contrario, la reale vicenda della fondazione della città. Nel mito presente nell'Eneide, Virgilio ci narra di un popolo greco, gli Arcadi guidati da Evandro ("uomo buono") che migra nel Lazio ai tempi di Ercole e fonda, sul colle Palatino, una città chiamata Pallantea o Palatium, dal nome della Dea Madre locale, Pale. Evandro, greco patriarcale, si unì a Enea nella guerra contro gli italici e matriarcali Rutuli: proprio il figlio di Evandro, Pallante, venne ucciso dal "malvagio" Turno. Turno era di ascendenza dauna, quindi di stirpe indoeuropea matriarcale e autoctona italica. Che Troiani e Arcadi fossero nemici di questi indoeuropei Virgilio ce lo narra anche nella vicenda del gigante Caco (in greco significa "cattivo") ucciso da Ercole in una grotta sull'Aventino. Caco era figlio di Vulcano-Efesto, divinità associata al culto della Dea Madre Cerere (e sposo, nella mitologia greca, di un'altra Dea Madre Venere).

(Sopra) Tre cartine che spiegano (oseremmo dire finalmente) la situazione dell'area in cui sorgerà Roma in tre periodi temporali. La prima risale al 1600 BCE e mostra l'arrivo nel Lazio degli Etruschi; in seguito, con l'invasione dei Secondi Indoeuropei intorno al 1200-1300 BCE, si insedieranno nell'area Sabini e Volsci, definiti dagli antichi "Aborigeni"; notare la presenza fenicia proveniente dal Mar Tirreno. Infine, intorno al 750 BCE, l'arrivo degli Arcadi-Attici chiamati Ramni, dalla Grecia. Costoro fondarono la città di Pallante sul Palatino e scacciarono i nativi Liguri sull'Aventino. Gli invasori greci, assieme all'aristocrazia etrusca e il tacito beneplacito dei Sabini, saranno all'origine della casta dei Patrizi, mentre i Liguri e i popoli rimanenti diedero origine a quella dei Plebei.

(Sotto, a sinistra) Il colle Aventino è profondamente segnato dalla presenza di grotte e caverne sacre alla Dea Madre. In epoca classica si ebbero incredibili templi dedicati alle varie personificazioni della Dea, al punto da costituire "l'anima femminile" della città. (Al centro) I Liguri e i loro fratelli Sicani provenienti dalla Sicilia sono il primo popolo che abitò il Lazio. Di origine Cro-Magnon e stanziatisi in Italia nel 25000 BCE, vivevano in grotte e capanne semplici, pur possedendo doti tecniche e metallurgiche notevolissime. (A destra) Quella che sembra una muraglia megalitica di origine ciclopica (e di possibile origine ligure) viene considerata un resto delle Mura di Romolo, le originarie mura quadrate della fondazione mitica della città.

Nell'esaltare le vittorie e i fati del patriarcato, Virgilio non omette i particolari di chi veramente regnava in quell'area, sottendendo che non solo i Rutuli originari della Daunia, l'odierno Gargano e la Puglia settentrionale, ma anche i Sabini, i Liguri e i loro fratelli Sicani della Sicilia orientale fossero da secoli insediati in quell'area. Tutti popoli indoeuropei matriarcali di prima generazione, nel caso di Liguri e Sicani anche pre-indoeuropei, installati in Italia da decine di migliaia di anni, diretti discendenti di quei Crô-Magnon che furono i primi abitanti dell'Europa. E se anche storicamente le invasioni degli indoeuropei patriarcali di seconda generazione avvennero in epoca più recente, intorno al VII-VIII Secolo BCE, è chiaro che il bravo Virgilio, con "cattivo zelo", tradisce la rete di menzogne imposta da Ottaviano Augusto e ci racconta la vera storia dell'arrivo dei "Romani", provenienti dall'Arcadia greca e conquistando il territorio abitato dagli italici, con il beneplacito degli Etruschi. L'anno di riferimento, il 750 BCE, tradisce l'origine magnogreca. Il riferimento ossessivo ai Troiani di Enea nella fondazione di Roma è un altro elemento chiave che Virgilio descrive in una doppia chiave di lettura. Secondo la leggenda, Troia fu fondata sulle falde del Monte Ida, in Asia Minore, da Dardano, figlio di Zeus e di Elettra. Dardano, secondo i Romani, era originario dell'Italia e quando Troia venne distrutta dopo dieci anni di guerra, la stessa descritta da Omero nell'Iliade, i superstiti troiani, guidati dal semidivino Enea figlio di Venere, fecero vela verso la terra natìa della loro stirpe, l'Italia. Ma che Dardano fosse italico è solo un'invenzione, messa in giro abilmente dagli Ateniesi in epoche antiche per dare lustro e prestigio alle colonie della Magna Grecia, seguendo un'operazione di marketing mitologico a cui alle città amiche si attribuiva un'origine divina importante e i nemici venivano banalizzati e sminuiti, venendo considerati barbari incivili. I greci erano fortemente xenofobi in tal senso e la loro civiltà appariva sempre superiore alle altre in nome di un'origine divina che essi stessi si attribuivano. E la stessa cosa avvenne per la fondazione di Roma: colonia greca appoggiata, a tradimento, da tribù etrusche prima e sabine poi, a scapito dei locali abitanti. Dalle analisi archeologiche, si evince come la città fosse abitata fin dalla metà del secondo millennio prima dell'era contemporanea da un popolo che conosciamo bene: i Liguri infatti erano diffusi in un'area immensa che andava dall'Andalusia spagnola fino alla Campania italiana, con presenza sicura in Corsica e molto probabilmente anche in Sardegna. La loro antichità, unita a una certa primitività (non costruivano case ma abitavano in grotte e gallerie scavate nella roccia) li rendeva nemici perfetti per una popolazione razzista come quella greca. Ecco allora il mito di Caco, gigante come giganteschi erano i Crô-Magnon alti 1,90-2 metri, considerato "cattivo" e barbarico perché non civilizzato, perché abitatore delle grotte. La realtà ci insegna che i Liguri erano estremamente progrediti in arti come la medicina, l'astronomia, la metallurgia e i commerci; inotre erano in armonia con la Natura e rispettosi dell'equilibrio ecologico. Semplicemente, si trattava di una civiltà ancestrale diversa da quella greca, basata sullo sfruttamento delle risorse naturali analogamente alla società moderna. Caco quindi potrebbe nascondere il riferimento a un particolare re ligure, considerato "cattivo" perché oppostosi all'invasione greca.

(Sopra) La Lupa che allatta è considerata da sempre simbolo di Roma, spesso affermando che "lupa" era il nome volgare dato alle prostitute e sottintendendo che Romolo e Remo fossero stati adottati da una di queste. In realtà, non esistette mai alcuna lupa (come del resto non esistono Romolo e Remo): il simbolo originario di Roma era la Scrofa Bianca, esattamente come a Milano (a destra). Infatti già Virgilio, nel III Libro dell'Eneide, al verso 389, fa dire ad Eleno rivolto ad Enea "...quando affannato lungo il corso di un fiume lontano / tu ti troverai sotto i lecci della riva una scrofa enorme / sgravata di trenta capi, distesa in terra, / bianca, bianchi i lattanti attaccati ai capezzoli: quello / sarà il posto della città, sollievo certo alle pene." La scrofa era sacra ai Troiani, come afferma anche lo scrittore Licofone. L'episodio della scrofa inseguita e uccisa da Enea sulle coste del Lazio viene ricordato anche da Dionigi di Alicarnasso. Lo storico romano Cassio Emina afferermava che Romolo e Remo erano stati allattati da un scrofa. La lupa era un simbolo etrusco e la statua celeberrima simbolo della città (al centro) è chiaramente realizzata nello stile di questo popolo, a cui in epoca rinascimentale vennero aggiunti i gemelli. Ma è un falso storico clamoroso, anche perché le prime monete con effiggiata la lupa risalgono al IV Secolo BCE.

Virgilio, nativo di Mantova e di famiglia celtica (i suoi genitori erano sacerdoti druidi, ma secondo alcuni la sua stirpe avrebbe potuto essere senz'altro ligure), queste cose le sapeva bene ed è per questo che le ha inserite nel suo romanzo epico. Nel racconto mitologico di Romolo e Remo, Virgilio narra che il territorio su cui sarebbe sorta Roma, vergine di ogni costruzione umana (ma non esisteva già Pallantea?) fu conteso tra i due fratelli. La sfida verteva nell'avvistamento di stormi di uccelli in un tempo stabilito. Secondo la leggenda, Remo si posizionò sul colle Aventino e avvistò sei avvoltoi. Romolo andò invece sul Palatino e avvistò dodici aquile. Il riferimento ai due colli è indicativo perché dai dati archeologici si desume che in epoca antica i Liguri e i Sicani si insediarono su entrambi questi colli, lasciando poi il colle Palatino ai greci appunto a partire dal VII Secolo BCE. Arrivò "Romolo" e uccise il fratello Remo, indoeuropeo primigenio, che aveva osato penetrare sul suolo sacro da lui consacrato sul Palatino… Puzza tanto di un tentativo degli originari occupanti del territorio di scacciare gli avversari, tentativo andato a male. Comunque sia le popolazioni originarie non furono sterminate, ma entrarono a far parte della neonata tribù romana nelle vesti della parte più sottomessa, i cosiddetti Plebei, contrapposti ai Patrizi di origine greca ed etrusca e residenti sul Palatino. Fu per questo che proprio l'Aventino divenne sede di questa classe sociale; fu per questo che sull'Aventino ebbero sede templi dedicati ai vari aspetti della Dea Madre, come quello primigenio ed incredibilmente vasto dedicato alla Dea Diana che secondo l'archeologa Laura Vendittelli si troverebbe sotto l'ex convento intitolato ai santi Bonifacio ed Alessio, non distante dalle rive del Tevere. Questo enorme tempio di Diana, famoso in tutto il mondo antico, avrebbe dato il nome al colle stesso. Ma non si tratta del solo riferimento alla divinità femminile: anche i santuari dedicati a Cerere, a Kore-Persefone e Dioniso (chiamati a Roma Libera e Libero), il Tempio della Luna, quello della Bona Dea, quello di Minerva, di Giunone, quello della Magna Mater Cibele, anche un Iseo dedicato a Iside. Insomma, un bel po' di culti dedicati alla Madre Terra, fatto strano per una città sorta sotto l'egida del Dio padre per eccellenza, Giove Ottimo Massimo. E che l'Aventino sia stato un centro nevralgico dell'Antica Religione matriarcale è provato anche dal fatto che proprio qui sorse la sede romana dei Cavalieri Templari, notori adepti di questo antico culto. Oggi la sede è occupata dalla Villa del Prorato di Malta, sede centrale dell'Ordine di Malta, quei Cavalieri Ospitalieri di San Giovanni che ereditarono le proprietà dei Templari al momento del loro scioglimento per eresia nel 1307. Dalla toppa della serratura del portone di questa villa è possibile vedere la maestosa cupola di San Pietro in perfetto allineamento, quansi fosse un mirino. Sarà un caso o è una precisa scelta realizzata dall'ultimo restauratore di questa villa, l'esoterico Giovan Battista Piranesi?
Se l'Aventino si dimostra così importante per le origini e il vero spirito della città, è anche vero che il Palatino mostra riferimenti archeologici interessanti assai anteriori all'invasione greca. Nel 2006 il ritrovamento, sotto il Palazzo di Augusto sul Palatino, di un Ninfeo dedicato probabilmente alla Dea Pale scavato nella roccia risalente al 1000 BCE e caratterizzato da decorazioni legate al simbolismo della Dea Madre dovrebbe far riflettere. Si tratta di un antro ci forma emisferica, alto sette metri e mezzo e largo sei, situato alla profondità di sedici metri e decorato con losanghe, rombi e fiori di loto, tutti riferibili al culto della Madre Terra. Incredibilmente, giornali e tv di tutto il mondo e perfino il Ministro ai Beni Culturali dei tempi, con un'enorme ignoranza, hanno presentato questo ninfeo come il Lupercale, "la grotta di Romolo e Remo", scordando tanto la discepanza temporale quanto lo stile artistico della volta. Si tratta dell'ennesimo, odioso tentativo di avallare una tradizione inventata di sana pianta da Ottaviano e portata avanti dai suoi successori allo scopo di instaurare un culto della figura dell'imperatore, non a caso discendente diretto da Ascanio, figlio di Enea. Sconcerta vedere i moderni studiosi seguire queste invenzioni senza tenere conto degli indizi che il bravo Virgilio ci ha lasciato, ma senza dubbio in questa interpretazione pesa moltissimo la propaganda fascista che negli Anni '20 e '30 impose a tutto il mondo un'epica romana nei fatti inesistente. Perché non si trattò mai di Romani, di Latini, di esuli Troiani, ma di Greci; e una prova definitiva è riscontrabile nel nome stesso della città. Roma infatti è un termine che nessuno tra gli antichi era in grado di stabilire l'origine. Secondo alcuni autori derivava da un termine etrusco designante il Tevere, Rumon; secondo altri, era il nome di una delle troiane al seguito di Enea, chiamata Rome. Secondo altri Rome era il nome della figlia di Ascanio, mentre altri dicevano che Romano era chiamato il figlio di Ulisse e Circe, nato nel vicino promontorio del Circeo; Rhomis invece era il nome di un re latino, vincitore dei Rutuli. In tempi moderni si è scoperto che Roma non è un termine indoeuropeo ma etrusco, e significa "mammella". Da ricordare che secondo la leggenda Romolo e Remo, abbandonati neonati in una cesta alla corrente del Tevere, si incagliarono in una radice di un albero di Fico, detto appunto Ruminalis perché nutriva con i suoi frutti gli abitanti della zona.
(Sopra e sotto) Particolari del bellissimo Ninfeo risalente al 1000 BCE ritrovato sotto la Villa di Augusto sul colle Palatino. Notare i decori a losanghe e i fiori di loto, simboli della Dea Pale che diede il nome alla zona.
Qui, sotto il Fico Ruminalis, la Lupa trovò i due gemelli e li allattò. Il fico rimase per secoli presente sulle rive del fiume ed è celebrato in monete e bassorilievi. E' questa l'origine del nome di Roma? A nostro avviso no e questa spiegazione conferma anche la tesi sull'origine greca della città. Secondo il Diritto Romano, la città anticamente era amministrativamente divisa in tre tribù: i Ramnes, considerati Latini che derivano da Romolo (e che avrebbero dato il nome alla città); i Tities, affini ai Sabini, che prendono il nome dal co-regnante Tito Tazio che governò con Romolo dopo il Ratto delle Sabine; infine i Luceres, dal nome di chiare origini etrusche. In effetti, dei sette re di Roma due furono latini, Romolo e Tullo Ostilio, mentre due, Numa Pompilio e Anco Marzio, furono sabini. Infine gli ultimi tre, i Tarquini e Servio Tullio, furono etruschi. La tripartizione di queste tribù pare avere un riscontro anche storico. Ma se i Latini (Virgilio direbbe "gli Eneadi") non esistono, come abbiamo visto, chi erano i Ramnes? Basta un dizionario dei luoghi classici per scoprire che Ramna è un distretto dell'Attica, non lontano da Atene. Addirittura la Dea Ramnusia, considerata alter-ego di Iside da Apuleio nelle sue "metamorfosi", altro non è che l'epiteto riferito alla Dea Nemesi che aveva a Ramno un suo importante Tempio. I Ramnes sono gli abitanti di Ramno che emigrarono dall'Attica intorno al 750 BCE e che approdarono in riva al Tevere, fondando sul Palatino, colle dedicato alla Dea Pale, la città di Pallantea che prese poi il loro nome, Ramna. Da Ramna a Roma il passo fu corto, anche perché il nome segreto di Roma era Amor, Amore alias Eros figlio di Venere, contrapposto alla ferocia e alla guerra che da sempre Roma è portatrice. Questo è il senso del quadrato magico di Roma, il Roma-Olim-Milo-Amor che ne rappresenta l'anima nascosta.
(A sinistra) La città di Atene: da una regione attigua, il distretto di Ramna, e dall'Arcadia partirono i coloni magnogreci che fondarono Pallante, la futura Roma. I Greci presero possesso dell'area del Palatino e attraverso alleanze con gli Etruschi e i Sabini, conquistarono la zona prendendo il nome di Latini. In proposito di un'origine greca del popolo romano è interessante leggere quando scrive lo storico Dionigi di Alicarnasso: "I popoli che fondendosi e avendo comunanza di vita tra loro dettero origine alla stirpe romana, prima ancora che fosse costruita la città che ora abitano, sono i seguenti: primi gli Aborigeni, che cacciarono da quei luoghi i Siculi, ed erano originariamente greci peloponnesiaci, emigrati insieme con Enotro dalla regione attualmente chiamata Arcadia, e questa è la mia convinzione; poi i Pelasgi, che vennero dall'Emonia, come si chiamava allora, l'attuale Tessaglia; terzi, coloro che dalla città di Pallantio vennero in Italia sotto la guida di Evandro; dopo di loro gli Epei e i Feneati, che erano peloponnesiaci militanti sotto Eracle, e ai quali erano mescolati alcuni elementi troiani; infine i Troiani che scamparono con Enea da Ilio, Dardano, e altre città della Troade".
I Romani, anzi i Ramni, sono greci che attraverso l'aiuto (o per meglio dire il tradimento) di popolazioni locali si sostituirono alle popolazioni autoctone e iniziarono a espandere, con la forza, i loro domini in Italia prima e in Europa poi. Fino a divenire dominatori del mondo conosciuto, tra massacri, crocifissioni, genocidi. Ma lo spirito primigenio della città è sempre presente e i suoi abitanti, così legati alle forze telluriche che promanano dal sottosuolo, lo sanno. Forse il senso di tutto è un grande masso che mostra un segno inequivocabilmente antico, un simbolo ancestrale che affonda il suo significato nella sua più profonda preistoria. Dietro Piazza Capranica, non distante da Piazza Navona, si trova il Masso di Orlando, che la tradizione attribuisce al Paladino Orlando. Secondo il mito si tratterebbe di una delle rocce spaccate dall'Orlando Furioso con la sua spada Durlindana in segno d'ira dopo la scoperta del tradimento della sua amata. In realtà, si tratta di un vero e proprio megalito, l'unico presente (o sopravvissuto) nella Città Eterna, che mostra la simbologia della pietra tagliata, riferita con ogni probabilità all'indicazione delle correnti magnetiche terrestri. Una testimonianza stupefacente e affondata nel degrado, tra sporcizia e rifiuti. Ancora una volta testimonianza della doppia anima di questa città, del suo "peccato originale" e delle eterne contraddizioni che la contraddistingueranno, ne siamo certi, per i secoli a venire.

Lorena Bianchi

(Sopra, a sinistra) Il dimenticato Masso di Orlando, nella zona centrale di Roma: ultima testimonianza di un megalitismo un tempo forse assai sviluppato. Notare il taglio della pietra, così simile a quello di tante pietre monolitiche colossali. (Al centro) Il busto di Virgilio presso la sua tomba a Napoli: il poeta inserì nella sua opera più famosa, l'Eneide, riferimenti precisi tesi a smontare la propaganda imperiale e a raccontare la vera storia delle origini di Roma. (A destra) Dalla toppa della serratura (a trapezio!) del portone d'ingresso della Villa del Prorato di Malta, sede centrale dell'omonimo Ordine, sul colle Aventino, si può scorgere in perfetto allineamento la cupola di San Pietro. La Villa fu in tempi antichi sede dei Templari, segreti adepti del culto della Dea Madre.Un simbolismo troppo grande per pensare a una mera coincidenza, segno degli enormi misteri esoterici e storici che nasconde ancora oggi la Città Eterna.

 

 

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