| "Quell'aprile
s'incendiò / al cielo mi donai / vagai figlio dell'Umanità…
E la Terra restò giù / più piccola che
mai…" Il 12 aprile 1961 l'Umanità
entrava ufficialmente nell'Era Spaziale con il lancio in orbita
del primo astronauta, il sovietico Juri Gagarin. Il cantautore
italiano Claudio Baglioni negli Anni '70 scrisse una bella canzone
a ricordo di uno dei momenti più importanti della storia
umana. Una storia spaziale costellata di successi e orgogli
nazionalisti vari, ma anche di tragedie spaventose. E di misteri,
tanti, tantissimi. In quasi cinquant'anni i viaggi spaziali
ci hanno regalato un tale numero di incognite che non sappiamo
praticamente nulla di quanto sia avvenuto per davvero nell'orbita
terrestre. A cominciare proprio da Gagarin: non si sa se sia
stato veramente lui il primo uomo nello Spazio o se invece,
come da più parti sostenuto, siano stati altri gli astronauti
meritevoli di fama, con il "solo torto" di essere
periti nel rientro sulla Terra. Per essere sinceri, il primo
essere vivente che andò in orbita fu la cagnetta Laika,
forse il cane più famoso del mondo dopo "Lassie".
Idolo di milioni di bambini, fu lanciata in orbita dai tecnici
sovietici con il satellite Sputnik 2 il 3 novembre 1957, appena
un mese dopo la prima missione spaziale vera e propria dello
Sputnik 1. |
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Ma in realtà il viaggio spaziale di Laika fu
decisamente improvvisato, effettuato su richiesta (o per meglio dire
capriccio) del premier sovietico Nikita Kruscev per celebrare il quarantennale
della Rivoluzione d'Ottobre. Gli ingegneri russi furono colti alla
sprovvista e in maniera del tutto artigianale, nel giro di pochi giorni,
si chiusero in officina per modificare a suon di bulloni e fiamma
ossidrica la capsula Spunik 2 già costruita e non progettata
per ospitare esseri viventi.
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In uno
spazio angusto e soffocante, i progettisti furono capaci di
inserire un sistema di sopravvivenza e termoregolazione dotato
di impianto di pressurizzazione, datalink per la trasmissione
dei parametri vitali e anche un apparato di somministrazione
di cibo. Mancava la cavia da impiegare nel lancio, che avrebbe
svelato al mondo se gli esseri viventi potevano sopravvivere
nello spazio: furono accalappiati numerosi cani nelle vie di
Mosca e la scelta cadde su una femmina di tre anni, bastardina
incrocio tra un Husky e un Terrier, a cui venne dato il nome
di Laika. La cagnetta era di taglia media
e molto docile: la sua incredibile pazienza le consentì
di essere selezionata per la missione. La cagnetta sopportò
il lavoro di imbragatura, durato cinque giorni; una specie di
tuta spaziale la vincolava alla capsula, senza possibilità
di muovere le zampe e il corpo. Lo Sputnik 2 fu issato sul razzo
vettore e Laika sopportò altri 3 giorni di immobilità
assoluta, con le feci e l'urina raccolte in un apposito sacchetto.
Poi il lancio: l'animale toccò una soglia di 250 battiti
cardiaci al minuto, al limite dell'infarto. La cagnetta non
sapeva quello che gli umani le stavano facendo… Il viaggio,
a parte il folle terrore, procedette senza problemi fino all'orbita.
Qui Laika si tranquillizzò un po' e poi fu udita mangiare
la speciale pappa gelatinosa. Fu il suo ultimo gesto, però:
dopo 5 ore in orbita il sistema di termoregolazione si ruppe
e da 18 gradi la capsula schizzò a 41. Laika guaiva di
dolore, si sentivano i suoi respiri affannosi, finchè
non collassò. Non si sa se morì in quel momento
per eutanasia, ad opera di un'iniezione di veleno praticata
dal centro di controllo sovietico, ma poco importa, perché
lo Sputnik 2 sarebbe rientrato in atmosfera, disintegrandosi
come una meteora. Ovviamente i sovietici tacquero su tutte le
atrocità commesse, sebbene i gruppi animalisti, già
agguerriti nel 1957, iniziarono a protestare davanti le ambasciate
russe in tutti i paesi occidentali. Il fatto è che comunque
gli scienziati e i tecnici partecipanti alla missione rimasero
sconvolti e a distanza di anni rivelarono parecchi dati, indicativi
del clima di mistero che circondava i primi viaggi spaziali.
Ad esempio Dimitri Malascenkov disse che la storia dell'eutanasia
era una pietosa bugia; lo scrittore russo Anatoly Zak in un
suo libro affermò che l'agonia di Laika si protrasse
per i quattro giorni della missione. Uno degli addestratori
di Laika, Oleg Gazenko, qualche tempo fa disse che il rammarico
più grande era che il sacrificio di Laika non servì
a nulla: non si imparò abbastanza dai suoi dati fisiologici
perché furono falsati dal calore e questo è la
peggiore certezza di tutta la "vivisezione spaziale".
Ciononostante, i russi continuarono nella pratica di spedire
cani randagi nello Spazio, creando capsule biposto per valutare
le interazioni sociali tra i due animali a bordo: alcune di
esse furono recuperate (diremmo miracolosamente)… Migliaia
di animali, cani, scimmie, rane, topi, in quegli anni vennero
spediti in orbita, alcuni rientrarono sulla Terra, solo per
essere sezionati accuratamente nei laboratori alla ricerca di
fantomatiche malattie, e altri bruciarono risparmiandosi le
torture successive. Ma un simile destino atroce toccò
anche ad alcuni esseri umani. |
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(Sopra) Una foto originale della
cagnetta Laika, il primo essere vivente nello Spazio. (Sotto)
Lo Sputnik 2 fu il secondo satellite artificiale: notare la
capsula angusta in cui fu segregata la povera Laika. |
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E' quanto affermarono negli Anni '60 due fratelli torinesi
di origini brianzole, Gianbattista e Achille Judica Cordiglia. Appassionati
radioamatori, a metà degli Anni '50 i due fratelli costruirono
nei pressi di Torino una speciale antenna montata su traliccio che
consentiva loro di captare le comunicazioni spaziali: proprio sul
finire del decennio e prima del lancio di Gagarin captarono le trasmissioni
radio delle prime sonde russe (tra cui il primo satellite artificiale,
lo Sputnik 1) e anche strani dati. Torino in quel senso era un luogo
privilegiato, il primo punto dove le astronavi sovietiche riprendevano
contatto con le basi in Russia, dopo il blackout delle comunicazioni
imposto dal sorvolo degli Stati Uniti.
| "Cogliemmo
la voce di Gagarin e annunciammo la presenza del primo uomo
nello spazio qualche minuto prima che lo ufficializzasse la
Tass" racconta Gianbattista Judica
Cordiglia in uno dei libri scritti col fratello. "Prima
di lui, però, ci sono stati tentativi di cui non si è
saputo niente. La prima missione è del 28 novembre 1960.
Il messaggio captato in codice Morse, era un appello agghiacciante:
«Sos a tutto il mondo» ripetuto in modo ossessivo.
Il segnale proveniva da un punto fisso del cielo e diventava
sempre più debole. Alla fine ci convincemmo che una navicella
spaziale si stava perdendo nello spazio con il suo occupante.
Un secondo volo lo rilevammo il 2 febbraio del 1961: nella registrazione
si coglie distintamente il rantolo di un cosmonauta morente
e il suo battito cardiaco. Due giorni dopo dall'Urss giunse
l'annuncio del lancio dello Sputnik 7, un veicolo da 6,5 tonnellate:
praticamente le stesse caratteristiche di una navicella Vostok,
come quella che userà Gagarin. Insieme al lancio, Mosca
ne comunicò anche la disintegrazione al rientro sulla
terra. Nessun cenno
al destino del cosmonauta che avevamo captato, ma Achille Mario
Dogliotti, uno dei maggiori cardiochirurghi italiani, studiò
le nostre registrazioni e confermò che si trattava di
un battito cardiaco umano. Nel maggio 1961 registrammo la morte
in diretta di un equipaggio: due uomini e una donna. Il messaggio
della donna è un pugno nello stomaco. I due colleghi
probabilmente sono già morti, la cosmonauta cerca aiuto
alla base: la manovra di rientro è fuori controllo. La
voce ripete ossessivamente dei numeri, poi «Ho caldo,
ho caldo, ho caldo» e «Questo il mondo non lo saprà»". |
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| (Sopra) I fratelli torinesi Judica
Cordiglia rivelarono al mondo i segreti delle missioni spaziali
russe, ma sui loro dati permangono dei dubbi. |
Il racconto dei fratelli Cordiglia è sconcertante
e svegliò l'ira di generali e burocrati sovietici. Dall'Urss
piovvero minacce di ogni tipo contro questi due "nemici della
Rivoluzione", ed era abbastanza comprensibile il fastidio per
un regime come quello sovietico che faceva della segretezza a tutti
i costi un elemento essenziale dell'esaltazione propagandistica "che
tutto funzionava perfettamente". Però da un punto di vista
oggettivo osservatori esperti, anche della Nasa, dissero che la loro
denuncia non aveva senso: i dati, sia biometrici sia radio, erano
sempre criptati in un codice telemetrico binario che veniva decodificato
a terra. Non era possibile, per due radioamatori, captare battiti
cardiaci, respiri affannosi, nemmeno le parole e gli Sos: avrebbero
dovuto possedere il codice di decrittazione! Per questo la faccenda
finì presto nel dimenticatoio, ma i dubbi sulle missioni spaziali
russe restavano. Il 10 aprile 1961, all'antivigilia del volo di Gagarin,
l'inviato da Mosca del quotidiano del Partito Comunista Britannico
Daily Worker, Dennis Ogden, annunciò a sorpresa nella sua corrispondenza
che un uomo era stato lanciato nello spazio ma era tornato sfigurato
ed era stato nascosto in una casa di riposo. Il pilota venne indirettamente
identificato come il Tenente Colonnello Vladimir Sergeyevich Ilyushin,
figlio del costruttore aeronautico Ilyushin e famoso pilota collaudatore.
Il cosmonauta, lanciato il 7 od 8 Aprile, aveva circuitato la Terra
per tre volte nella sua cosmonave "Rossiya". L'annuncio
destò sconcerto in primis tra i sovietici: come detto il 12
Aprile la cosmonave "Vostok 1" fece un giro attorno all
Terra e atterrò. L'orbita della cosmonave però fin da
subito fece nascere dei dubbi. Lanciato da Baikonur, in Kazakhistan,
con una inclinazione di 65°, la nave sorvolò la Siberia,
il sud del Pacifico, il nord del Sud America, l'Africa, e atterrò
nel sudest della Russia Europea: non era possibile che Gagarin avesse
potuto sorvolare quell'area del Sud America come dichiarato. Un altro
problema fu l'atterraggio. La Vostok 1 aveva un seggiolino eiettabile
che il pilota poteva usare durante una emergenza come mezzo di fuga,
e durante la discesa; Gagarin si eiettò durante la fase finale
della discesa e atterrò separatamente con il proprio paracadute.
Presumibilmente, il principale paracadute della capsula di tremila
kg non avrebbe raggiunto una velocità di discesa così
bassa da permettere un confortevole livello di impatto. Ma i dubbi
su un possibile volo precedente rimasero, perché sembrava che
il principale problema fosse appunto l'impatto con il terreno: precedenti
esperienze negative potrebbero aver indotto Gagarin e il Centro Controllo
a scegliere la soluzione del seggiolino eiettabile. La soluzione era
probabilmente davvero sicura, perché il volo di Gagarin sembrava
perfettamente organizzato fin dalla partenza, con tanto di busti di
bronzo già bell'e pronti, poster stampati e onorificienze e
premiazioni preventivate. E ciò fece dubitare seriamente che
Gagarin avesse realmente effettuato il volo. Le teorie sui viaggi
spaziali pre-Gagarin così tornarono in auge ed erano ben riassunte
in un articolo del giornalista James Mills, pubblicato nel numero
del giugno 1961 della rivista "True Magazine". Di particolare
interesse è la descrizione di un lancio avvenuto il 4 Febbraio
1961, coincidente con quello descritto dai fratelli Judica Cordiglia.
Il pilota in questione si sarebbe chiamato Gennady Mikhailov e sarebbe
perito, come Laika, bruciando vivo nell'atmosfera... [Un
elenco dei cosmonauti fantasma è disponibile nella rubrica
"Curiosità"].
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| (Sopra,
a sinistra) Yuri Gagarin nella foto promozionale dopo il primo
volo nello Spazio: dalla freschezza del viso e dalla rilassatezza
della sua posa, sembra non aver appena volato a 28mila km/h.
Ma la storia è piena di immagini propagandistiche come questa.
(Al centro) Vladimir Sergeyevich Ilyushin
fu secondo alcuni il primo vero uomo nello Spazio, cinque giorni
prima di Gagarin. Ma sembra che sia rimasto sfigurato nell'incidente
e per tale motivo "eliminato" dalla Storia ufficiale. (A destra)
Il missile sovietico con a bordo la capsula Sputnik 7, lanciata
il 4 febbraio 1961, due mesi prima di Gagarin: secondo autorevoli
fonti il pilota, Gennady Mikhailov, morì durante
il rientro in atmosfera. |
Comunque anche Gagarin,
investito dalle polemiche, ebbe una fine oscura: morì infatti, secondo
la versione ufficiale, il 27 marzo 1968, ucciso nel suo Mig-15 biposto,
sul quale stava effettuando un volo sperimentale. Ma chiunque sappia
un minimo di aviazione sa che il Mig-15, nel 1968, era un velivolo
già vecchio: risaliva infatti alla fine degli Anni '40 e fu uno
dei protagonisti della Guerra di Corea dal 1950 al 1953. Considerare
il Mig-15 biposto (che portava la sigla UTI, identificativa degli
addestratori) un aereo avanzato degno di un cosmonauta è veramente
troppo! Qualche pilota racconta come Gagarin fu appositamente fatto
volare su quel piccolo aereo e poi "investito" dall'onda d'urto
di un caccia avanzatissimo, il Mig-25 capace di andare a 3 volte
la velocità del suono. Un incidente voluto per eliminare un testimone
scomodo, come vorrebbero molti avversari dell'ex Unione Sovietica?
E che dire del fatto che Gagarin fosse dipinto come un alcolizzato?
Non sappiamo la verità e vogliamo ricordare Juri come un grande
pilota e appassionato di volo, che ebbe il privilegio di volare
nello Spazio... Il resto sono chiacchiere propagandistiche. Infatti
oltre cortina, negli Stati Uniti, la trasparenza non impedì il verificarsi
di incidenti anomali come la vicenda dell'Apollo AS-204. La missione
spaziale si concluse prima di iniziare: il 27 gennaio 1967 i tre
astronauti Virgil Grissom, Edward White e Roger Chaffee perirono
sulla rampa di lancio, in un incendio a bordo della capsula Apollo
1 verificatasi a causa di cortocircuito. L'ossigeno puro fu alimentato
da una scintilla e divorò in 15 secondi i corpi dei tre uomini,
intrappolati all'interno del modulo lunare fermo sulla piattaforma.
Era un test di routine, ma l'incidente svelò una tale serie di problemi
da far dubitare che la Nasa riuscisse a risolverli in tempo per
lo sbarco lunare, nel 1969. Delle foto contraffatte dalla Nasa abbiamo
già detto in questa sede: a tutt'oggi
non sappiamo se l'uomo sia effettivamente andato sul satellite naturale
o meno a causa degli innumerevoli dubbi.
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L'Apollo
1 potrebbe essere stato il campanello d'allarme per l'impossibilità
tecnica di affrontare il viaggio spaziale. Anche la celebre
missione dell'Apollo 13, quella celebrata in film e documentari,
non sarebbe che un tentativo, l'ennesimo, di raggiungere effettivamente
la Luna e non coronato da successo. In sostanza, le tesi più
estreme sostengono che l'Apollo 11 non abbia mai toccato il
suolo lunare, così come l'Apollo 12; l'Apollo 13 invece
disponeva del modulo Lem funzionante, ma il campo elettrico
delle Fasce di Van Allen avrebbe distrutto un serbatoio di ossigeno
impedendo la prima missione effettiva. Altri, specialmente tra
gli ufologi più cospirazionisti, affermano che l'Apollo
13 portasse con sé una bomba nucleare da usare contro
una ipotetica base aliena, ma a nostro avviso qui siamo nel
campo della fantascienza (o della paranoia, a seconda dei punti
di vista). Fatto sta che l'uomo sulla Luna non ci è rimasto
e le uniche cose a testimoniare la sua presenza sono svariate
centinaia di kg di rocce lunari, peraltro reperibili anche attraverso
sonde automatiche! E' importante sottolineare che il volo spaziale
non è uno scherzo e che ad ogni missione può esserci
un'incognita fatale. |
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(Sopra) Foto originale
del Modulo di Servizio dell'Apollo 13 devastato dall'esplosione. |
Ne sa qualcosa sempre la Nasa, che in trent'anni ha
perso due Space Shuttle su cinque. La prima tragedia, che colpì
la navicella SSTS Challenger, si verificò il 28 gennaio 1986.
Per una serie di fatalità e di errori di progettazione, uniti
a un freddo record per l'assolata Florida, accadde che un razzo ausiliario
ebbe un cedimento in una guarnizione di gomma, che causò una
perdita di combustibile che causò a sua volta l'esplosione
del serbatoio principale dopo 73 secondi dal lancio. Il cedimento
strutturale investì anche il cosiddetto Orbiter, ossia la navetta
vera e propria, che si spezzò in migliaia di frammenti. Dei
sette membri di equipaggio, quattro rimasero in vita a lungo e almeno
tre furono abbastanza coscienti da azionare i dispositivi di emergenza,
invano perché la loro traiettoria si concluse contro la superficie
del mare, che impattarono a 337 km/h e con una decelerazione di 200G,
sufficienti a causare la morte. Tuttavia le cause vere del perimento
dell'equipaggio non sono state mai chiarite, come si evidenzia nel
rapporto definitivo della Nasa (visionabile all'indirizzo http://history.nasa.gov/kerwin.html).
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| (Sopra,
a sinistra) L'equipaggio della missione STS-51 del Challenger,
perito nello schianto della cabina dello Shuttle sulla superficie
del mare. Infatti, la terrificante esplosione causata da un
razzo booster laterale non uccise all'istante gli uomini (al
centro), a cui toccò una lunga agonia durante la caduta (a destra). |
Due anni dopo, nel 1988, le missioni spaziali delle
navicelle SSTS ripresero con il Discovery e per oltre quindici anni
sembrò che il sistema avesse risolto completamente i suoi problemi,
sebbene non mancassero gli incidenti, conclusi però senza conseguenze.
Invece, come una doccia fredda, il 1 febbraio
2003 una lunga serie di scie solcò i cieli americani: era ciò
che restava della navetta Columbia, disintegratasi in fase di rientro
dell'atmosfera. Era accaduto che durante la partenza, avvenuta il
16 gennaio 2003, un pezzo di schiuma isolante del serbatoio principale
andò a colpire una mattonella del rivestimento termico del
ventre dell'Orbiter, creando una falla nel sistema di protezione dal
calore. Al momento del rientro, il plasma incandescente provocato
dall'attrito con gli strati esterni dell'atmosfera non fu frenato
dalle mattonelle ma trovò in quella falla una via d'accesso
per l'interno della navetta, che fu investita da un flusso di gas
della temperatura di 1200 gradi proprio nel vano carrello. Prima che
l'equipaggio si rendesse conto di quel che stava accadendo, questo
plasma aveva divorato già l'interno del vano di carico... A
quel punto lo Shuttle, che viaggiava a 19,5 volte la velocità
del suono alla quota di 64mila metri, perse l'assetto, piegò
il muso in avanti e fu disintegrato dalle immani forze del nostro
pianeta, precipitando in fiamme attraverso i cieli di Texas, Arkansas
e Louisiana. I resti di oltre duemila frammenti furono recuperati
tra enormi sforzi dalle autorità e tra questi sorprendentemente
anche resti umani dell'equipaggio, mentre già alcuni sciacalli
avevano provveduto a mettere sul sito di aste on-line E-Bay alcuni
dei frammenti recuperati. In un vero delirio di cover-up, la Nasa
e l'Amministrazione Bush chiusero in fretta l'inchiesta, trovando
il colpevole appunto al pezzo di schiuma staccatosi dal rivestimento
isolante del serbatoio. Alcuni test avevano dimostrato la possibilità
che le mattonelle non resistessero all'impatto e si è data
la colpa a questo particolare...
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| (Sopra,
a sinistra) Le drammatiche immagini della CNN mostrarono, il
1 febbraio 2003, i rottami dello Shuttle Columbia precipitare
sull'America. (Al centro) Furono trovati duemila pezzi, alcuni
di grandi dimensioni, così come resti umani non carbonizzati.
Se la versione ufficiale parla di disintegrazione a seguito
della rottura dello scudo termico, com'è possibile che non siano
bruciati dall'attrito? (A destra) Le immagini del Columbia prese
dai telescopi, al contrario di quanto rivelato, non mostravano
segni di danni e non è pensabile che un pezzo di schiuma di
poliuretano possa danneggiare il rivestimento di una navetta. |
Ma i dubbi restano.
Innanzitutto, come fu possibile il recupero di resti umani, se la
temperatura di discesa fu di 1200° C? Vuol dire che la disintegrazione
è avvenuta a quota più bassa? Se così fosse, non sarebbe stato un
frammento a causare la perdita del Columbia ma un altro fattore,
forse un oggetto volante davvero incredibile. Abbiamo detto in
questo articolo che secondo una teoria criptozoologica, gli
Ufo non sarebbero astronavi aliene ma sfere di energia, di plasma,
simili in tutto ai fulmini globulari, ai Foo-Fighters
e alle Earth Lights, che vivrebbero nell'alta atmosfera terrestre,
a quote stratosferiche. Alimentandosi di energia solare, gli Ufo
sarebbero attratti da tutte le fonte di energia similari, il che
spiegherebbe perché spesso queste luci misteriose vengono fotografate
vicino a centrali nucleari, basi missilistiche, centri spaziali.
La prova di aver recuperato pezzi di membra umane dei sette componenti
dell'equipaggio va unita alla notizia che in gruppo di piccoli vermi,
della specie Caenorhabditis Elegans, lunghi circa 1mm, contenuti
in piccole Piastre di Petri racchiuse in recipienti di alluminio
e sopravvissuti al rientro e all'impatto con il terreno, furono
recuperati alcune settimane dopo l'incidente del Columbia. Se esseri
viventi minuscoli come i vermetti, seppur protetti in speciali contenitori,
non finirono disintegrati dall'attrito, è facile pensare che a quella
quota e velocità lo Shuttle non fosse a rischio cedimento strutturale,
avendo superato la parte più critica del rientro: semmai, deve aver
impattato contro un qualche oggetto volante semisolido, come sono
appunto i fulmini globulari, le Earth Lights, ecc, comunque li si
voglia chiamare. Questo fatto rivela la grande diffusione dei frammenti
dello scafo e anche le loro dimensioni ridottissime: il Columbia
si sarebbe frantumato in duemila pezzi a causa dell'urto, fatto
difficilmente teorizzabile in termini aerodinamici in seguito a
una lesione termica(come spiegare altrimenti la disintegrazione
delle parti più robuste della cellula, come i longheroni alari?).
La fine del Columbia comunque segna per sempre la fine della Prima
Era di viaggi spaziali umani. Metodologie efficaci ma antiquate,
come le capsule Soyuz, si sono dimostrate negli anni più affidabili
delle navette americane, stupendi capolavori d'ingegneria ma pur
sempre velivoli realizzati tradizionalmente e soggetti a guasti,
esplosioni, rotture e disintegrazioni. Le forze estreme che si sperimentano
nei viaggi per lo Spazio sono ancora troppo elevate per le fragili
strutture umane che solo attraverso l'impiego di materiali di nuova
generazione, come le resine epossidiche e i materiali compositi,
possono resistere alle sollecitazioni. Anche l'impiego di razzi
per trasferire in orbita i carichi è un anacronismo e se tutte le
teorie esotiche relative alla propulsione elettromagnetica sanno
più di fantasie ufologiche che di realtà, gli ultimissimi ritrovati
in fatto di propulsori, i motori a ioni, sono incredibilmente poco
potenti, per quanto costanti ed economici. La realtà è che sono
numerosi i passi che l'Uomo deve fare per divenire abitante stabile
dello Spazio. Le tragedie, le decine e decine di morti che abbiamo
visto accompagnare la cronaca del Programma Spaziale, testimoniano
che la via da seguire deve essere un'altra. I nuovi mezzi spaziali
privati, come lo Space Ship One prodotto dal magnate Richard Branson,
sono la speranza verso un Cosmo veramente per tutti.
Lorena Bianchi
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(A
sinistra) Evoluzione del volo spaziale: dalla capsula Vostok
2, semidistrutta nel rientro in atmosfera, fino al prototipo
dello Space Ship One, primo esempio di aerospazioplano privato.
In mezzo vi sono segreti, misteri, bugie e mezze verità: dovremo
aspettare voli spaziali a basso prezzo per poter verificare
di persona l'attendibilità delle voci che svelano le oscure
trame di Usa e Urss. |
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