La storia occulta dei viaggi spaziali
L'Astronautica è un'attività umana di creazione recente, eppure in quasi 50 anni gli enigmi che riguardano le missioni nello Spazio sono innumerevoli, al pari delle tragedie
"Quell'aprile s'incendiò / al cielo mi donai / vagai figlio dell'Umanità… E la Terra restò giù / più piccola che mai…" Il 12 aprile 1961 l'Umanità entrava ufficialmente nell'Era Spaziale con il lancio in orbita del primo astronauta, il sovietico Juri Gagarin. Il cantautore italiano Claudio Baglioni negli Anni '70 scrisse una bella canzone a ricordo di uno dei momenti più importanti della storia umana. Una storia spaziale costellata di successi e orgogli nazionalisti vari, ma anche di tragedie spaventose. E di misteri, tanti, tantissimi. In quasi cinquant'anni i viaggi spaziali ci hanno regalato un tale numero di incognite che non sappiamo praticamente nulla di quanto sia avvenuto per davvero nell'orbita terrestre. A cominciare proprio da Gagarin: non si sa se sia stato veramente lui il primo uomo nello Spazio o se invece, come da più parti sostenuto, siano stati altri gli astronauti meritevoli di fama, con il "solo torto" di essere periti nel rientro sulla Terra. Per essere sinceri, il primo essere vivente che andò in orbita fu la cagnetta Laika, forse il cane più famoso del mondo dopo "Lassie". Idolo di milioni di bambini, fu lanciata in orbita dai tecnici sovietici con il satellite Sputnik 2 il 3 novembre 1957, appena un mese dopo la prima missione spaziale vera e propria dello Sputnik 1.
Ma in realtà il viaggio spaziale di Laika fu decisamente improvvisato, effettuato su richiesta (o per meglio dire capriccio) del premier sovietico Nikita Kruscev per celebrare il quarantennale della Rivoluzione d'Ottobre. Gli ingegneri russi furono colti alla sprovvista e in maniera del tutto artigianale, nel giro di pochi giorni, si chiusero in officina per modificare a suon di bulloni e fiamma ossidrica la capsula Spunik 2 già costruita e non progettata per ospitare esseri viventi.
In uno spazio angusto e soffocante, i progettisti furono capaci di inserire un sistema di sopravvivenza e termoregolazione dotato di impianto di pressurizzazione, datalink per la trasmissione dei parametri vitali e anche un apparato di somministrazione di cibo. Mancava la cavia da impiegare nel lancio, che avrebbe svelato al mondo se gli esseri viventi potevano sopravvivere nello spazio: furono accalappiati numerosi cani nelle vie di Mosca e la scelta cadde su una femmina di tre anni, bastardina incrocio tra un Husky e un Terrier, a cui venne dato il nome di Laika. La cagnetta era di taglia media e molto docile: la sua incredibile pazienza le consentì di essere selezionata per la missione. La cagnetta sopportò il lavoro di imbragatura, durato cinque giorni; una specie di tuta spaziale la vincolava alla capsula, senza possibilità di muovere le zampe e il corpo. Lo Sputnik 2 fu issato sul razzo vettore e Laika sopportò altri 3 giorni di immobilità assoluta, con le feci e l'urina raccolte in un apposito sacchetto. Poi il lancio: l'animale toccò una soglia di 250 battiti cardiaci al minuto, al limite dell'infarto. La cagnetta non sapeva quello che gli umani le stavano facendo… Il viaggio, a parte il folle terrore, procedette senza problemi fino all'orbita. Qui Laika si tranquillizzò un po' e poi fu udita mangiare la speciale pappa gelatinosa. Fu il suo ultimo gesto, però: dopo 5 ore in orbita il sistema di termoregolazione si ruppe e da 18 gradi la capsula schizzò a 41. Laika guaiva di dolore, si sentivano i suoi respiri affannosi, finchè non collassò. Non si sa se morì in quel momento per eutanasia, ad opera di un'iniezione di veleno praticata dal centro di controllo sovietico, ma poco importa, perché lo Sputnik 2 sarebbe rientrato in atmosfera, disintegrandosi come una meteora. Ovviamente i sovietici tacquero su tutte le atrocità commesse, sebbene i gruppi animalisti, già agguerriti nel 1957, iniziarono a protestare davanti le ambasciate russe in tutti i paesi occidentali. Il fatto è che comunque gli scienziati e i tecnici partecipanti alla missione rimasero sconvolti e a distanza di anni rivelarono parecchi dati, indicativi del clima di mistero che circondava i primi viaggi spaziali. Ad esempio Dimitri Malascenkov disse che la storia dell'eutanasia era una pietosa bugia; lo scrittore russo Anatoly Zak in un suo libro affermò che l'agonia di Laika si protrasse per i quattro giorni della missione. Uno degli addestratori di Laika, Oleg Gazenko, qualche tempo fa disse che il rammarico più grande era che il sacrificio di Laika non servì a nulla: non si imparò abbastanza dai suoi dati fisiologici perché furono falsati dal calore e questo è la peggiore certezza di tutta la "vivisezione spaziale". Ciononostante, i russi continuarono nella pratica di spedire cani randagi nello Spazio, creando capsule biposto per valutare le interazioni sociali tra i due animali a bordo: alcune di esse furono recuperate (diremmo miracolosamente)… Migliaia di animali, cani, scimmie, rane, topi, in quegli anni vennero spediti in orbita, alcuni rientrarono sulla Terra, solo per essere sezionati accuratamente nei laboratori alla ricerca di fantomatiche malattie, e altri bruciarono risparmiandosi le torture successive. Ma un simile destino atroce toccò anche ad alcuni esseri umani.
(Sopra) Una foto originale della cagnetta Laika, il primo essere vivente nello Spazio. (Sotto) Lo Sputnik 2 fu il secondo satellite artificiale: notare la capsula angusta in cui fu segregata la povera Laika.
E' quanto affermarono negli Anni '60 due fratelli torinesi di origini brianzole, Gianbattista e Achille Judica Cordiglia. Appassionati radioamatori, a metà degli Anni '50 i due fratelli costruirono nei pressi di Torino una speciale antenna montata su traliccio che consentiva loro di captare le comunicazioni spaziali: proprio sul finire del decennio e prima del lancio di Gagarin captarono le trasmissioni radio delle prime sonde russe (tra cui il primo satellite artificiale, lo Sputnik 1) e anche strani dati. Torino in quel senso era un luogo privilegiato, il primo punto dove le astronavi sovietiche riprendevano contatto con le basi in Russia, dopo il blackout delle comunicazioni imposto dal sorvolo degli Stati Uniti.
"Cogliemmo la voce di Gagarin e annunciammo la presenza del primo uomo nello spazio qualche minuto prima che lo ufficializzasse la Tass" racconta Gianbattista Judica Cordiglia in uno dei libri scritti col fratello. "Prima di lui, però, ci sono stati tentativi di cui non si è saputo niente. La prima missione è del 28 novembre 1960. Il messaggio captato in codice Morse, era un appello agghiacciante: «Sos a tutto il mondo» ripetuto in modo ossessivo. Il segnale proveniva da un punto fisso del cielo e diventava sempre più debole. Alla fine ci convincemmo che una navicella spaziale si stava perdendo nello spazio con il suo occupante. Un secondo volo lo rilevammo il 2 febbraio del 1961: nella registrazione si coglie distintamente il rantolo di un cosmonauta morente e il suo battito cardiaco. Due giorni dopo dall'Urss giunse l'annuncio del lancio dello Sputnik 7, un veicolo da 6,5 tonnellate: praticamente le stesse caratteristiche di una navicella Vostok, come quella che userà Gagarin. Insieme al lancio, Mosca ne comunicò anche la disintegrazione al rientro sulla terra. Nessun cenno al destino del cosmonauta che avevamo captato, ma Achille Mario Dogliotti, uno dei maggiori cardiochirurghi italiani, studiò le nostre registrazioni e confermò che si trattava di un battito cardiaco umano. Nel maggio 1961 registrammo la morte in diretta di un equipaggio: due uomini e una donna. Il messaggio della donna è un pugno nello stomaco. I due colleghi probabilmente sono già morti, la cosmonauta cerca aiuto alla base: la manovra di rientro è fuori controllo. La voce ripete ossessivamente dei numeri, poi «Ho caldo, ho caldo, ho caldo» e «Questo il mondo non lo saprà»".
(Sopra) I fratelli torinesi Judica Cordiglia rivelarono al mondo i segreti delle missioni spaziali russe, ma sui loro dati permangono dei dubbi.
Il racconto dei fratelli Cordiglia è sconcertante e svegliò l'ira di generali e burocrati sovietici. Dall'Urss piovvero minacce di ogni tipo contro questi due "nemici della Rivoluzione", ed era abbastanza comprensibile il fastidio per un regime come quello sovietico che faceva della segretezza a tutti i costi un elemento essenziale dell'esaltazione propagandistica "che tutto funzionava perfettamente". Però da un punto di vista oggettivo osservatori esperti, anche della Nasa, dissero che la loro denuncia non aveva senso: i dati, sia biometrici sia radio, erano sempre criptati in un codice telemetrico binario che veniva decodificato a terra. Non era possibile, per due radioamatori, captare battiti cardiaci, respiri affannosi, nemmeno le parole e gli Sos: avrebbero dovuto possedere il codice di decrittazione! Per questo la faccenda finì presto nel dimenticatoio, ma i dubbi sulle missioni spaziali russe restavano. Il 10 aprile 1961, all'antivigilia del volo di Gagarin, l'inviato da Mosca del quotidiano del Partito Comunista Britannico Daily Worker, Dennis Ogden, annunciò a sorpresa nella sua corrispondenza che un uomo era stato lanciato nello spazio ma era tornato sfigurato ed era stato nascosto in una casa di riposo. Il pilota venne indirettamente identificato come il Tenente Colonnello Vladimir Sergeyevich Ilyushin, figlio del costruttore aeronautico Ilyushin e famoso pilota collaudatore. Il cosmonauta, lanciato il 7 od 8 Aprile, aveva circuitato la Terra per tre volte nella sua cosmonave "Rossiya". L'annuncio destò sconcerto in primis tra i sovietici: come detto il 12 Aprile la cosmonave "Vostok 1" fece un giro attorno all Terra e atterrò. L'orbita della cosmonave però fin da subito fece nascere dei dubbi. Lanciato da Baikonur, in Kazakhistan, con una inclinazione di 65°, la nave sorvolò la Siberia, il sud del Pacifico, il nord del Sud America, l'Africa, e atterrò nel sudest della Russia Europea: non era possibile che Gagarin avesse potuto sorvolare quell'area del Sud America come dichiarato. Un altro problema fu l'atterraggio. La Vostok 1 aveva un seggiolino eiettabile che il pilota poteva usare durante una emergenza come mezzo di fuga, e durante la discesa; Gagarin si eiettò durante la fase finale della discesa e atterrò separatamente con il proprio paracadute. Presumibilmente, il principale paracadute della capsula di tremila kg non avrebbe raggiunto una velocità di discesa così bassa da permettere un confortevole livello di impatto. Ma i dubbi su un possibile volo precedente rimasero, perché sembrava che il principale problema fosse appunto l'impatto con il terreno: precedenti esperienze negative potrebbero aver indotto Gagarin e il Centro Controllo a scegliere la soluzione del seggiolino eiettabile. La soluzione era probabilmente davvero sicura, perché il volo di Gagarin sembrava perfettamente organizzato fin dalla partenza, con tanto di busti di bronzo già bell'e pronti, poster stampati e onorificienze e premiazioni preventivate. E ciò fece dubitare seriamente che Gagarin avesse realmente effettuato il volo. Le teorie sui viaggi spaziali pre-Gagarin così tornarono in auge ed erano ben riassunte in un articolo del giornalista James Mills, pubblicato nel numero del giugno 1961 della rivista "True Magazine". Di particolare interesse è la descrizione di un lancio avvenuto il 4 Febbraio 1961, coincidente con quello descritto dai fratelli Judica Cordiglia. Il pilota in questione si sarebbe chiamato Gennady Mikhailov e sarebbe perito, come Laika, bruciando vivo nell'atmosfera... [Un elenco dei cosmonauti fantasma è disponibile nella rubrica "Curiosità"].
(Sopra, a sinistra) Yuri Gagarin nella foto promozionale dopo il primo volo nello Spazio: dalla freschezza del viso e dalla rilassatezza della sua posa, sembra non aver appena volato a 28mila km/h. Ma la storia è piena di immagini propagandistiche come questa. (Al centro) Vladimir Sergeyevich Ilyushin fu secondo alcuni il primo vero uomo nello Spazio, cinque giorni prima di Gagarin. Ma sembra che sia rimasto sfigurato nell'incidente e per tale motivo "eliminato" dalla Storia ufficiale. (A destra) Il missile sovietico con a bordo la capsula Sputnik 7, lanciata il 4 febbraio 1961, due mesi prima di Gagarin: secondo autorevoli fonti il pilota, Gennady Mikhailov, morì durante il rientro in atmosfera.
Comunque anche Gagarin, investito dalle polemiche, ebbe una fine oscura: morì infatti, secondo la versione ufficiale, il 27 marzo 1968, ucciso nel suo Mig-15 biposto, sul quale stava effettuando un volo sperimentale. Ma chiunque sappia un minimo di aviazione sa che il Mig-15, nel 1968, era un velivolo già vecchio: risaliva infatti alla fine degli Anni '40 e fu uno dei protagonisti della Guerra di Corea dal 1950 al 1953. Considerare il Mig-15 biposto (che portava la sigla UTI, identificativa degli addestratori) un aereo avanzato degno di un cosmonauta è veramente troppo! Qualche pilota racconta come Gagarin fu appositamente fatto volare su quel piccolo aereo e poi "investito" dall'onda d'urto di un caccia avanzatissimo, il Mig-25 capace di andare a 3 volte la velocità del suono. Un incidente voluto per eliminare un testimone scomodo, come vorrebbero molti avversari dell'ex Unione Sovietica? E che dire del fatto che Gagarin fosse dipinto come un alcolizzato? Non sappiamo la verità e vogliamo ricordare Juri come un grande pilota e appassionato di volo, che ebbe il privilegio di volare nello Spazio... Il resto sono chiacchiere propagandistiche. Infatti oltre cortina, negli Stati Uniti, la trasparenza non impedì il verificarsi di incidenti anomali come la vicenda dell'Apollo AS-204. La missione spaziale si concluse prima di iniziare: il 27 gennaio 1967 i tre astronauti Virgil Grissom, Edward White e Roger Chaffee perirono sulla rampa di lancio, in un incendio a bordo della capsula Apollo 1 verificatasi a causa di cortocircuito. L'ossigeno puro fu alimentato da una scintilla e divorò in 15 secondi i corpi dei tre uomini, intrappolati all'interno del modulo lunare fermo sulla piattaforma. Era un test di routine, ma l'incidente svelò una tale serie di problemi da far dubitare che la Nasa riuscisse a risolverli in tempo per lo sbarco lunare, nel 1969. Delle foto contraffatte dalla Nasa abbiamo già detto in questa sede: a tutt'oggi non sappiamo se l'uomo sia effettivamente andato sul satellite naturale o meno a causa degli innumerevoli dubbi.
L'Apollo 1 potrebbe essere stato il campanello d'allarme per l'impossibilità tecnica di affrontare il viaggio spaziale. Anche la celebre missione dell'Apollo 13, quella celebrata in film e documentari, non sarebbe che un tentativo, l'ennesimo, di raggiungere effettivamente la Luna e non coronato da successo. In sostanza, le tesi più estreme sostengono che l'Apollo 11 non abbia mai toccato il suolo lunare, così come l'Apollo 12; l'Apollo 13 invece disponeva del modulo Lem funzionante, ma il campo elettrico delle Fasce di Van Allen avrebbe distrutto un serbatoio di ossigeno impedendo la prima missione effettiva. Altri, specialmente tra gli ufologi più cospirazionisti, affermano che l'Apollo 13 portasse con sé una bomba nucleare da usare contro una ipotetica base aliena, ma a nostro avviso qui siamo nel campo della fantascienza (o della paranoia, a seconda dei punti di vista). Fatto sta che l'uomo sulla Luna non ci è rimasto e le uniche cose a testimoniare la sua presenza sono svariate centinaia di kg di rocce lunari, peraltro reperibili anche attraverso sonde automatiche! E' importante sottolineare che il volo spaziale non è uno scherzo e che ad ogni missione può esserci un'incognita fatale.
(Sopra) Foto originale del Modulo di Servizio dell'Apollo 13 devastato dall'esplosione.
Ne sa qualcosa sempre la Nasa, che in trent'anni ha perso due Space Shuttle su cinque. La prima tragedia, che colpì la navicella SSTS Challenger, si verificò il 28 gennaio 1986. Per una serie di fatalità e di errori di progettazione, uniti a un freddo record per l'assolata Florida, accadde che un razzo ausiliario ebbe un cedimento in una guarnizione di gomma, che causò una perdita di combustibile che causò a sua volta l'esplosione del serbatoio principale dopo 73 secondi dal lancio. Il cedimento strutturale investì anche il cosiddetto Orbiter, ossia la navetta vera e propria, che si spezzò in migliaia di frammenti. Dei sette membri di equipaggio, quattro rimasero in vita a lungo e almeno tre furono abbastanza coscienti da azionare i dispositivi di emergenza, invano perché la loro traiettoria si concluse contro la superficie del mare, che impattarono a 337 km/h e con una decelerazione di 200G, sufficienti a causare la morte. Tuttavia le cause vere del perimento dell'equipaggio non sono state mai chiarite, come si evidenzia nel rapporto definitivo della Nasa (visionabile all'indirizzo http://history.nasa.gov/kerwin.html).
(Sopra, a sinistra) L'equipaggio della missione STS-51 del Challenger, perito nello schianto della cabina dello Shuttle sulla superficie del mare. Infatti, la terrificante esplosione causata da un razzo booster laterale non uccise all'istante gli uomini (al centro), a cui toccò una lunga agonia durante la caduta (a destra).
Due anni dopo, nel 1988, le missioni spaziali delle navicelle SSTS ripresero con il Discovery e per oltre quindici anni sembrò che il sistema avesse risolto completamente i suoi problemi, sebbene non mancassero gli incidenti, conclusi però senza conseguenze. Invece, come una doccia fredda, il 1 febbraio 2003 una lunga serie di scie solcò i cieli americani: era ciò che restava della navetta Columbia, disintegratasi in fase di rientro dell'atmosfera. Era accaduto che durante la partenza, avvenuta il 16 gennaio 2003, un pezzo di schiuma isolante del serbatoio principale andò a colpire una mattonella del rivestimento termico del ventre dell'Orbiter, creando una falla nel sistema di protezione dal calore. Al momento del rientro, il plasma incandescente provocato dall'attrito con gli strati esterni dell'atmosfera non fu frenato dalle mattonelle ma trovò in quella falla una via d'accesso per l'interno della navetta, che fu investita da un flusso di gas della temperatura di 1200 gradi proprio nel vano carrello. Prima che l'equipaggio si rendesse conto di quel che stava accadendo, questo plasma aveva divorato già l'interno del vano di carico... A quel punto lo Shuttle, che viaggiava a 19,5 volte la velocità del suono alla quota di 64mila metri, perse l'assetto, piegò il muso in avanti e fu disintegrato dalle immani forze del nostro pianeta, precipitando in fiamme attraverso i cieli di Texas, Arkansas e Louisiana. I resti di oltre duemila frammenti furono recuperati tra enormi sforzi dalle autorità e tra questi sorprendentemente anche resti umani dell'equipaggio, mentre già alcuni sciacalli avevano provveduto a mettere sul sito di aste on-line E-Bay alcuni dei frammenti recuperati. In un vero delirio di cover-up, la Nasa e l'Amministrazione Bush chiusero in fretta l'inchiesta, trovando il colpevole appunto al pezzo di schiuma staccatosi dal rivestimento isolante del serbatoio. Alcuni test avevano dimostrato la possibilità che le mattonelle non resistessero all'impatto e si è data la colpa a questo particolare...
(Sopra, a sinistra) Le drammatiche immagini della CNN mostrarono, il 1 febbraio 2003, i rottami dello Shuttle Columbia precipitare sull'America. (Al centro) Furono trovati duemila pezzi, alcuni di grandi dimensioni, così come resti umani non carbonizzati. Se la versione ufficiale parla di disintegrazione a seguito della rottura dello scudo termico, com'è possibile che non siano bruciati dall'attrito? (A destra) Le immagini del Columbia prese dai telescopi, al contrario di quanto rivelato, non mostravano segni di danni e non è pensabile che un pezzo di schiuma di poliuretano possa danneggiare il rivestimento di una navetta.
Ma i dubbi restano. Innanzitutto, come fu possibile il recupero di resti umani, se la temperatura di discesa fu di 1200° C? Vuol dire che la disintegrazione è avvenuta a quota più bassa? Se così fosse, non sarebbe stato un frammento a causare la perdita del Columbia ma un altro fattore, forse un oggetto volante davvero incredibile. Abbiamo detto in questo articolo che secondo una teoria criptozoologica, gli Ufo non sarebbero astronavi aliene ma sfere di energia, di plasma, simili in tutto ai fulmini globulari, ai Foo-Fighters e alle Earth Lights, che vivrebbero nell'alta atmosfera terrestre, a quote stratosferiche. Alimentandosi di energia solare, gli Ufo sarebbero attratti da tutte le fonte di energia similari, il che spiegherebbe perché spesso queste luci misteriose vengono fotografate vicino a centrali nucleari, basi missilistiche, centri spaziali. La prova di aver recuperato pezzi di membra umane dei sette componenti dell'equipaggio va unita alla notizia che in gruppo di piccoli vermi, della specie Caenorhabditis Elegans, lunghi circa 1mm, contenuti in piccole Piastre di Petri racchiuse in recipienti di alluminio e sopravvissuti al rientro e all'impatto con il terreno, furono recuperati alcune settimane dopo l'incidente del Columbia. Se esseri viventi minuscoli come i vermetti, seppur protetti in speciali contenitori, non finirono disintegrati dall'attrito, è facile pensare che a quella quota e velocità lo Shuttle non fosse a rischio cedimento strutturale, avendo superato la parte più critica del rientro: semmai, deve aver impattato contro un qualche oggetto volante semisolido, come sono appunto i fulmini globulari, le Earth Lights, ecc, comunque li si voglia chiamare. Questo fatto rivela la grande diffusione dei frammenti dello scafo e anche le loro dimensioni ridottissime: il Columbia si sarebbe frantumato in duemila pezzi a causa dell'urto, fatto difficilmente teorizzabile in termini aerodinamici in seguito a una lesione termica(come spiegare altrimenti la disintegrazione delle parti più robuste della cellula, come i longheroni alari?). La fine del Columbia comunque segna per sempre la fine della Prima Era di viaggi spaziali umani. Metodologie efficaci ma antiquate, come le capsule Soyuz, si sono dimostrate negli anni più affidabili delle navette americane, stupendi capolavori d'ingegneria ma pur sempre velivoli realizzati tradizionalmente e soggetti a guasti, esplosioni, rotture e disintegrazioni. Le forze estreme che si sperimentano nei viaggi per lo Spazio sono ancora troppo elevate per le fragili strutture umane che solo attraverso l'impiego di materiali di nuova generazione, come le resine epossidiche e i materiali compositi, possono resistere alle sollecitazioni. Anche l'impiego di razzi per trasferire in orbita i carichi è un anacronismo e se tutte le teorie esotiche relative alla propulsione elettromagnetica sanno più di fantasie ufologiche che di realtà, gli ultimissimi ritrovati in fatto di propulsori, i motori a ioni, sono incredibilmente poco potenti, per quanto costanti ed economici. La realtà è che sono numerosi i passi che l'Uomo deve fare per divenire abitante stabile dello Spazio. Le tragedie, le decine e decine di morti che abbiamo visto accompagnare la cronaca del Programma Spaziale, testimoniano che la via da seguire deve essere un'altra. I nuovi mezzi spaziali privati, come lo Space Ship One prodotto dal magnate Richard Branson, sono la speranza verso un Cosmo veramente per tutti.

Lorena Bianchi

(A sinistra) Evoluzione del volo spaziale: dalla capsula Vostok 2, semidistrutta nel rientro in atmosfera, fino al prototipo dello Space Ship One, primo esempio di aerospazioplano privato. In mezzo vi sono segreti, misteri, bugie e mezze verità: dovremo aspettare voli spaziali a basso prezzo per poter verificare di persona l'attendibilità delle voci che svelano le oscure trame di Usa e Urss.

Disclaimer - Note legali - Dichiarazione ai sensi della legge nr. 62 del 7 marzo 2001

Mappa del Sito

Copyright © Sator ws by Lory & Anto 2008. All right reserved.
La copia dei testi e dei materiali presenti in questa pagina è consentita solo se esplicitamente autorizzata dalle autrici dopo richiesta scritta. In caso di inosservanza si provvederà ad adire alle vie legali più opportune.