Con il termine OOPARTS si intendono
tutti quegli oggetti che non trovano posto nella cronologia
ufficiale stabilita dalla storia umana. Oggetti cioè
che per vari motivi non dovrebbero esistere: vuoi perché
non vi era la tecnologia per realizzarli, vuoi perché
la collocazione temporale devia di milioni di anni dalle teorie
comunemente accettate relative allo svolgimento degli accadimenti
umani. Trovare cioè un vaso di metallo dentro una miniera
di carbone che risale al Permiano, all'era geologica antecedente
all'espansione dei dinosauri, appare per gli scienziati un fatto
"impossibile" e dunque se ne devono trarre le conseguenze
del caso. La più frequente è che l'oopart (Out
Of Place ARTifact - manufatto fuori posto, questo il significato
dell'acronimo) finisca in qualche deposito di museo e se ne
dimentichi ogni memoria, ad eccezione di noi fanatici pazzi
appassionati di mistero che di tanto in tanto cerchiamo di indagare
tra enormi difficoltà l'origine di questi reperti. E'
quanto accaduto all'incredibile Vaso di Dorchester!Eppure, una
spiegazione ci deve essere sempre. A noi forse non interessa
scardinare teorie storiche che vogliono essere la base legittima
dell'ordinamento sociale di questa nostra civilità: a
noi più praticamente interessa capire come un vaso metallico
di una lega sconosciuta sia finito in quel giacimento di carbone.
Che siano stati gli alieni o una civiltà vecchia di miliardi
di anni, lo lasciamo alla nostra immaginazione: ma da scienziati
eterodossi, sia pure dilettanti, è nostro dovere formulare
delle ipotesi ragionevoli ma senza pregiudizi in base agli scarni
dati che possediamo. Dati che a volte sono esiguissimi se non
inesistenti…
Ma non sempre è così. Esistono ooparts che beneficiano
di una buona documentazione e che sono in grado di fornirci
gli elementi per elaborare ipotesi nuove e interessanti: uno
di questi è la celebre Colonna di Delhi, detta anche
"Il Pilastro del Destino". Tempo fa sulle riviste
specializzate in misteri è apparso un articolo in cui
si dava conto delle analisi chimico-fisiche su questa enorme
colonna di ferro puro, che non arruginisce da 1600 anni. Il
primo a parlarne fu nel 1978 il mitico Charles Berlitz, uno
dei padri della nostra Archeologia Misteriosa: lo confuse con
il famoso Pilastro di Ashoka, citato in tanti testi indiani
e vecchio di migliaia e migliaia di anni e l'articolo in questione
denigrava alquanto l'opera comunque straordinaria del grande
Berlitz. |
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Ma in realtà la Colonna
di Delhi non è la stessa cosa e la sua genesi è risaputa: anche
se oggi fa mostra di sé nel piazzale antistante la moschea di Quwwat
ul Islam, presso il famoso minareto di Qutb risalente al 1193, in
realtà fu fatta costruire con ogni probabilità da Chandragupta II
Vikramditya, della dinastia Gupta, che regnò nell'area di Delhi
dal 375 al 413 CE. L'identificazione è stata facilitata dall'iscrizione
in sanscrito che la colonna reca incisa, che fa riferimento a un
re Chandra della dinastia Gupta: anche se occorre ricordare come
forse la stessa iscrizione fosse un dhvajastambha,
ossia l'asta dello stendardo di Visnu davanti a un tempio dedicato
al dio induista. Fu Anangpal, re di Tomar, a trasportarlo nei pressi
dell'antica capitale indiana intorno all'anno 1000 dall'antica Vishnupadagiri,
città mitica oggi forse identificabile con il sito archeologico
di Udayagiri.
Se la
storia è abbastanza certa, lo sono anche le caratteristiche
del Pilastro del Destino: altezza 7,3 metri, diametro che va
dai 48 cm della base ai 29 della cima, sotto uno straordinario
capitello; peso intorno alle 6,5 tonnelate e forgiatura in un
blocco unico. Ma la caratteristica che fa della Colonna di Delhi
un oopart è la composizione del ferro che lo forma. Esposto
appunto per 1600 anni alle piogge monsoniche tipiche dell'India,
reca tracce di corrosione - detto in termini semplici, ruggine
- estremamente ridotte se non inesistenti. E' chiaro che se
un oggetto di ferro viene chimicamente fuso assieme a un'altra
sostanza come il carbonio si forma una lega che può resistere
alla corrosione: l'acciaio, conosciuto anche in tempi remoti.
Ma il Pilastro del Destino è un blocco unico di ferro!
Ferro a cui è stato aggiunto del fosforo, in minime e
al tempo stesso significative quantità. Come ha scoperto
l'Indian Institute of Technology, il pilastro è ricoperto
di misawite, un composto a base di ferro, ossigeno
ed idrogeno e generato dal fosforo contenuto nella fusione.
Per quanto bassa, la percentuale di fosforo trasforma superficialmente
il ferro in una specie di acciaio che isola completamente la
colonna dall'erosione.
Ora, come è possibile una simile conoscenza dei meccanismi
di fusione? Una vera finezza, in pratica è come se fosse
l'intera colonna capace di sviluppare una "pelle"
di acciaio in grado di preservarla nei secoli… Un'idea
che è stata sviluppata anche oggi con l'acciaio "Corten"
brevettato nel 1933 a base di fosforo e utilizzato per il rivestimento
delle centrali nucleari e dei siti di stoccaggio delle scorie
atomiche. |
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(Sopra) L'iscrizione in sanscrito posta sulla colonna. Si
noti il colore bluastro dovuto alla misawite. (Sotto) I ruderi
della città di Udayagiri, forse sito di origine del
Pilastro del Destino.
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Sorge
spontanea una domanda: come facevano gli antichi indiani a possedere
una simile conoscenza della fisica e della chimica del ferro?
Una conoscenza "impossibile" secondo la scienza ufficiale
e che invece, a ben guardare, ci porta in una terra che del
mistero fa la sua ragion d'essere: l'Egitto.
Per gli antichi Egizi il territorio attorno al Nilo era assai
ricco d'oro e di rame, ma scarseggiava di miniere di ferro.
Ve n'era solo una, situata nella zona di Assuan e peraltro sfruttata
molto tardi. E' chiaro che fin dai primi utilizzi agli inizi
del III Millennio BCE (ma qualcuno sostiene perfino dal 4000
BCE) la sorgente prima di questo metallo fu il ferro nativo,
presente nelle meteoriti. Questa origine è verificabile
dal contenuto di nickel, che nel ferro meteorico è presente
almeno al 4-7%, e dalla sua resistenza alla corrosione: infatti
le sideriti (da "sideros", oggetto celeste, presso
i Greci e "sidus", stella, presso i Romani), le meteore
composte appunto di metallo e che sono rintracciabili in una
relativamente grande quantità, non arrugginiscono. |
| (Sopra) La Colonna di Delhi è
composta di una lega speciale al ferro e fosforo non dissimile
dall'attuale acciaio Corten ad alta resistenza. |
Questa "dote" fece sì che gli oggetti
in ferro meteorico in area mesopotamica e egiziana divennero oggetti
di culto, di valore assai superiore all'oro. I Sumeri lo chiamavano
AN.BAR (cielo e fuoco), per gli Egizi era B'ja (metallo divino), a
indicare proprio la provenienza celeste. Anche un testo ittita del
XIV Secolo BCE dice che i loro re usavano come armi il "ferro
nero del cielo". E come dimenticare che una immensa siderite
era venerata nel tempio di Eliopoli fin dalla Quarta Dinastia? Conosciuta
come Pietra Benben, veniva rappresentata nelle iscrizioni a forma
piramidale, ossia proprio la pietra che chiudeva la testa delle piramidi
che non a caso era chiamata Piramidyon o "Benbenet", "piccolo
Benben". Il ferro cominciò a sostituire il rame nelle
leghe a partire dal II Millennio BCE e attorno al XII secolo BCE
cominciò in Europa e Asia la cosidetta Età del Ferro,
con la produzione da parte sempre degli Ittiti di una lega a base
di ferro e carbonio, appunto l'acciaio. Per secoli questa nuova lega
(ferro e carbonio in una percentuale non superiore al 2,11%, dopodiché
il materiale cambia le sue qualità chimico-fisiche e diventa
ghisa) non fu abbastanza resistente rispetto agli standard attuali:
le tecniche di forgiatura dovettero unire il primitivo acciaio a elementi
di ghisa per ottenere una fusione più resistente. In effetti
quello che oggi è definito Ferro Dolce non si può temprare;
è il c.d. Ferro Battuto, contrapposto al più resistente
Acciaio a Pacchetto che fu inventato dai Celti e che per un millennio
divenne lo standard di durezza per le armi.
Tuttavia le scoperte in questo campo consentivano cose mirabolanti.
Se osserviamo la composizione del Pilastro del Destino, notiamo come
sia simile a certi prodotti egizi e cartaginesi di età ellenistica:
il procedimento per l'estrazione di ferro da minerali ferrosi africani
impiegava combustibile con elevate quantità di fosforo, tali
da generare una lega nota come Acciaio al Fosforo, molto resistente
e malleabile, assai simile all'attuale acciaio Corten. E' da qui che
veniva la Colonna di Delhi?
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(A sinistra) Colonne del tempio egizio di Ramses III a Luxor:
sebbene più tozze, mostrano un capitello a bocciolo
di loto identico al Pillar of Destiny. (A lato) Un acquerello del XIX Secolo mostra lo splendido
layout del Pilastro di Delhi visto dalla Moschea di Quwwat
ul Islam.
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(A sinistra) Sebbene assai rari oggi, gli oggetti realizzati
in acciaio Damasco mostrano una colorazione bluastra e non
uniforme, come questa punta di lancia del XII Secolo.
(A destra) Una scimitarra in acciaio Wootz indiano, anch'essa
assai simile al colore del Pilastro del Destino.
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Prima che indubbie similitudini di forma con le colonne
di pietra egizie ci tentino, torniamo in India e pensiamo che il primo
metodo per produrre acciaio propriamente detto è stato il sistema
"Wootz". Secondo alcune fonti in uso già dal 200
BCE e assai diffuso nel 300 CE, il Wootz deve il nome alla pronuncia
occidentalizzata del nome indù dell'acciaio, che è urukku;
la sua preparazione avveniva in crogioli che contenevano minerali
di ferro, carbone e pezzi di vetro. Il risultato era un acciaio puro
ed estremamente resistente, che rimase un segreto gelosamente custodito
per mezzo millennio e che si diffuse arrivando nei paesi confinanti,
gli odierni Turkmenistan e Uzbekistan del Regno di Samarcanda, solo
nel X Secolo. Da Samarcanda all'Islam il passo fu breve. Poco dopo
l'anno Mille la tecnica indiana del Wootz arrivò in Medio Oriente
e si dice che lì fu ancor più raffinata: questa forse
fu l'origine dell'Acciaio Damasco, così resistente e flessibile
che le spade forgiate con esso divennero l'incubo dei Crociati. La
qualità di quelle armi fu incredibile, al punto che nacquero
delle leggende sulle sue proprietà straordinarie: l'Acciaio
Damasco poteva tagliare la roccia (e il paladino Orlando che notoriamente
spaccava gli omonimi massi possedeva una spada fatta di questa lega);
una lama poteva venire arrotolata attorno ad un uomo per poi tornare
dritta come prima; ancora, si diceva che fosse raffreddata nel sangue
e che non perdesse mai il filo. Come sostengono
gli storici della metallurgia, la tecnica del Wootz presso i Saraceni
portò alla creazione di una spada flessibile e che sopportava
gli urti senza rompersi, ma al tempo stesso dalla lama molto dura
e mantenente un filo tagliente per molto tempo: forse una lama che
non arrugginiva? Le variazioni nel tenore di carbonio fra il filo
e il centro della spada creavano in superficie un bel disegno ondulato
e da qui l'effettiva damascatura che dà il nome all'acciaio.
Ma se si tratti di acciaio Wootz o Acciaio al Fosforo ellenistico
o una mescola di questi tipi non lo sapremo mai. Infatti i segreti
di produzione del Damasco si persero intorno al 1300 e non rimase
alcun documento o formula per la sua fabbricazione. Le spade con l'acciaio
speciale semplicemente uscirono di scena e i pochi reperti ropravvissuti
alle successive fusioni mostrano anche evidenti dissonanze sia con
l'Acciaio a Pacchetto, sia con le tecniche di realizzazione giapponesi
che persino con l'Acciaio a Crogiuolo che fu ri-scoperto nel XVIII
Secolo in Inghilterra e che era una replica del metodo Wootz indiano.
Che dire dunque? Che il segreto dell'Acciaio Damasco sia racchiuso
nell'invincibile "Pillar of Destiny"?
Lorena Bianchi
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