Orizzonte Editrice
La Papessa
Il personaggio della Papessa Giovanna, celebrato in racconti e film anche recenti, pare il frutto di una leggenda medievale senza fondamento storico. Ma perché questa figura continua ad attrarre il pubblico anche a distanza di secoli?
Qualsiasi appassionato di Tarocchi conosce il significato eccezionale della Papessa. E' la seconda carta degli Arcani Maggiori, contrassegnata dal numero 2, quindi seconda per importanza solo al Bagatto. Chiamata anche Sacerdotessa, la carta nell'interpretazione dei Tarocchi di Marsiglia mostra una donna di aspetto imponente, dal volto impassibile e deciso, seduta in trono e con un libro aperto tenuto sulle ginocchia. Il dito indice della mano sinistra indica il testo, mentre sul capo la Papessa porta la tiara e il velo. Da un punto di vista simbolico rappresenta il principio femminino sacro, l'Antica Madre che infonde sapere e sapienza, colei che detiene il sapere e lo diffonde con amore. Il riferimento è ovviamente a quelle Dee della conoscenza e della gnosi, Iside in primis ma anche più anticamente la ligure Belisama, la greca Athena, l'omologa Tanit fenicia e la Sophia gnostica: una carta quindi assolutamente positiva, contrapposta all'ignoranza, alla superficialità che caratterizzano spesso il mondo moderno, un riferimento alla sapienza antica custodita da quelle che spregiativamente erano ritenute streghe e invece erano le ultime depositarie dei segreti ereditati dalla nostra specie nell'arco dei 200mila anni della sua presenza su questo mondo.
Per questo significato così alto, numerosi esoteristi hanno interpretato la Papessa secondo schemi diversi da quelli classici marsigliesi, attribuendo esplicitamente alla carta immagini legate alla religione egizia e a Iside-Hathor in particolare. Così, al posto della tiara, Papus (vero nome Gérard Encausse, esoterista francese vissuto a cavallo tra fine '800 e inizio '900, considerato uno dei fondatori dell'occultismo moderno) disegnò le corna e il disco solare di Hathor, aggiungendo, alle spalle della Dea, anche le due colonne Boaz e Jachin del Tempio di Salomone, dal chiarissimo significato massonico. Anche Oswald Wirth, occultista svizzero coevo di Papus, inserì le colonne salomoniche, ma reintrodusse la tiara, sormontata da una falce di luna con le punte all'insù.
I tarocchi più diffusi oggi sono comunque quelli di Arthur E. Waite, conosciuti con il nome di Rider-Waite per via del nome della casa editrice che li stampò nel 1909. Waite, eccezionale esoterista, inserì un simbolismo ancora più marcato, facendo assumere alla Papessa il ruolo di Iside, collocandola in trono in mezzo alle colonne Boaz e Jachin, contrassegnate dal colore nero e bianco e dalle lettere iniziali inequivocabili, e facendole portare il libro della Torah, inteso nel significato di "insegnamento", che è poi il senso iniziale del termine in ebraico. Con Waite l'identificazione con la Dea della Conoscenza è totale e assoluto: solo il Femminino ci può mostrare la via, solo ponendoci nella veste di allievo ("Boaz") possiamo ascendere interiormente verso un miglioramento spirituale che deriva dalla consapevolezza della nostra natura e della nostra divinità ("Jachin"). In questa visione i Tarocchi diventano un mezzo per un perfezionamento dell'uomo, un mezzo di evoluzione; ma desta senz'altro stupore che tale concetto altissimo possa trarre origine da una leggenda nera medievale, basata su fatti di dubbia se non inesistente storicità, che sostanzialmente appaiono quantomeno illogici e inverosimili, figli di un clima culturale deprimente e degradante per l'umano.
Questa leggenda ebbe tuttavia una grande diffusione nel Medioevo e sebbene sia stata abbondantemente demolita in tempi illuministici, ancor oggi trova estimatori e consensi; ultimo rappresentante di questa schiera di sostenitori è il regista Sönke Wortmann, con il suo "La Papessa" ("Pope Joan") del 2009 e distribuito nei cinema nel giugno 2010.
(Sopra) La Papessa è l'Arcano n. 2 dei Tarocchi: qui nell'interpretazione dell'esoterista Wirth. (Sotto) La Papessa assume caratteri isiaci nel mazzo disegnato da Waite.
La storia, tratta dal libro omonimo della scrittrice americana Donna Woolfolk Cross pubblicato nel 1996, inizia nel 814 CE quando la giovane inglese Johanna (interpretata dall'attrice Johanna Wokalek) sembra condannata a vivere una vita di schiavitù, tipica della condizione femminile nella civiltà contadina cristiana. Ma la donna è motivata da altri ideali: una profonda fede la porta ad andare contro al suo destino, si oppone al severo padre e alle regole sociali, e contravvenendo alle regole discriminatorie del tempo frequenta la scuola canonica della cattedrale di Dorstadt, in Germania. Qui conosce il Conte Gerold, un nobile che comprende il suo segreto e che vive con lei un'appassionante storia d'amore. Ma il suo destino di guerriero spezza quell'idillio e costringe Johanna ad andare avanti nella sua missione: travestita da uomo, scalerà tutti i gradi delle gerarchie ecclesiastiche, fino a giungere, grazie alla sua intelligenza, al seggio papale… Non sveliamo la trama del film, anche se i fatti della Papessa Giovanna sono abbastanza notori.
Come riporta tra gli altri Wikipedia, Giovanna era una donna inglese ma educata a Magonza in abiti maschili. Il suo travestimento fu così efficace che prese i voti da sacerdote e divenne monaco con il nome di Johannes Anglicus. Grazie alla sua intelligenza venne eletta pontefice alla morte di papa Leone IV il 17 luglio 855, prendendo il nome di Giovanni VIII. Ma poiché, come viene maliziosamente detto, "…la papessa non praticava l'astinenza sessuale, rimase incinta di uno dei suoi tanti amanti…" e durante la solenne processione di Pasqua nella quale il Papa tornava al Laterano dopo aver celebrato messa in San Pietro, nei pressi della basilica di San Clemente, la folla entusiasta si strinse attorno al cavallo che portava il Pontefice. "Il cavallo reagì, provocando un incidente. Il trauma dell'esperienza portò papa Giovanni a un violento travaglio prematuro. […] Scopertone il segreto, la papessa Giovanna venne fatta trascinare per i piedi da un cavallo, attraverso le strade di Roma, e lapidata a morte dalla folla inferocita nei pressi di Ripa Grande. Venne sepolta nella strada dove la sua vera identità era stata svelata, tra San Giovanni in Laterano e San Pietro in Vaticano." Il successore, Benedetto III, avrebbe poi eliminato dalle cronache e dai registri ogni riferimento alla donna analogamente a quanto si fece in Egitto millenni prima con la donna faraone Hatshepsut. Unica riprova dell'esistenza di questo fatto, vi è la testimonianza di un'edicoletta votiva particolarmente rovinata, situata a Roma in Via dei Querceti, in cui è presente una lapide illeggibile attualmente ma che riporta qualcosa di questo tipo: "Parce Pater Patrum Papissa Prodere Partum", ossia "Sii benevolo, Padre dei Padri, ad agevolare il parto della Papessa", che sinceramente non pare avere un grande significato.
Due secoli fa Gioachino Belli, il celebre poeta vernacoliere romano, scrisse sull'argomento un efficace sonetto intitolato "La papessa Giuvanna" che spiega meglio di ogni cosa le variazioni alla leggenda:
(Sopra) La locandina del film "La Papessa", che riporta d'attualità la storia leggendaria della Papessa Giovanna.
"Fu pproprio donna. Buttò via 'r zinale / Prima de tutto e ss'ingaggiò ssordato; / doppo se fece prete, poi prelato / e ppoi vescovo, e arfine cardinale. / E quanno er papa maschio stiede male, / e morze, c'è chi dice, avvelenato, / fu ffatto papa lei, e straportato / a Ssan Giuvanni su in zedia papale. / Ma qua sse sciorze er nodo a la commedia; / che ssanbruto je preseno le doje, / e sficò un pupo lì ssopra la ssedia. / D'allora st'antra ssedia ce fu messa / pè ttastà ssotto ar zito, de le voje / sì er pontecife sii papa o ppapessa."
Il riferimento del Belli è alla sedia gestatoria, una curiosa poltrona di porfido rosso risalente all'età costantiniana e forata che veniva (e secondo certe fonti viene tuttora) usata per l'incoronazione papale. Il foro lascia adito alla supposizione che dopo l'incidente della Papessa i cardinali controllino ad ogni elezione papale gli attributi dell'eletto, per verificare la sua vera mascolinità ed evitare incidenti di questo tipo. In realtà la sedia gestatoria aveva funzioni diverse, probabilmente era un antico e prezioso w.c. imperiale e quindi questa diceria non ha rilevanza storica. Del resto nessuno dei cronisti del IX Secolo cita questo avvenimento, secondo Wikipedia "il primo a pubblicare la leggenda fu il cronista domenicano Giovanni di Metz negli anni 1240, ripreso dal collega domenicano Martino di Troppau pochi anni dopo".
Noi invece crediamo a ragione che il primo storico a occuparsi di questa vicenda fu Marianus Scotus Minorita, morto nel 1086, seguito dal benedettino Sigebert de Gemblours (1030-1112), vissuto presso l'abbazia Saint-Martin de Metz e autore di una Cronaca Latina che cita gli avvenimenti intercorsi tra il 381 CE e l'anno della sua morte. Questo testo fu pubblicato a Parigi nel 1513 e fornì ai nascenti Protestanti alcune basi per la loro critica alla a-cristianità del Cattolicesimo, ma la sua origine all'XI Secolo lo pone al di fuori della polemica lanciata dall'anonimo estensore della voce di Wikipedia, che accusa senza mezzi termini l'imperatore Federico II come "mandante" della creazione di questa leggenda. A dire dell'estensore si tratterebbe di un complotto ordito ai danni del Cristianesimo, da parte appunto del ghibellino Federico, teso a screditare il potere ecclesiastico in un momento difficile come quello duecentesco, caratterizzato dalle lotte tra Papato e Impero.
(Sopra) Un'incisione rinascimentale tratta dalla tedesca Schedelsche Weltchronik.
A nostro dire invece, di infamante e offensivo al solito c'è il ruolo della donna, considerata come sempre dai cristiani medievali un essere insaziabile da un punto di vista sessuale, incontinente, subdolo e perverso, tutte caratteristiche che sembrano descrivere perfettamente un certo tipo di clero maschile, dedito a violenze pedofile che andrebbero punite con la massima severità. Ma tant'è…
Comunque, il cenno alla fame sessuale femminile secondo alcuni storici, tra cui il grande Edward Gibbon, è un chiaro riferimento a una donna potente e temuta che tenne praticamente nelle sue mani il potere ecclesiastico per il primo trentennio del X Secolo: Marozia dei Teofilatti. Ritenuta dai commentatori cristiani una donna immonda, una prostituta d'alto lignaggio al pari della madre Teodora, invece questa nobildonna romana si dimostrò arguta e diplomatica, sfruttando un papato imbelle e corrotto per far trionfare le ragioni politiche della sua famiglia, appartenente al partito filo-imperiale germanico. Il Periodo storico in questione viene denominato spergiativamente "Pornocrazia Romana" a sottolineare come furono le "pornai", letteralmente prostitute, a gestirne il potere. Tecnicamente la Pornocrazia Romana nasce col papato di Sergio III nel 904 e termina con quello del "papa orgiastico" Giovanni XII nel 964, ma il principale cronista di questo periodo fu Liutprando da Cremona, vescovo, uomo di fiducia dell'imperatore Ottone I e feroce avversario della Chiesa di Roma: quindi storicamente non lo si può considerare un uomo obiettivo nei suoi resoconti e il continuo riferimento all'influenza di Marozia nelle vicende vaticane potrebbe essere spurio. Che Marozia fosse infatti una donna di potere è un fatto accertabile, al pari della madre, così come il fatto che fosse amante di Sergio III e avesse influito sull'elezione dei successori. Ma dipingerla come una specie di anticristo tutto sesso e depravazione ce ne corre. Il popolo romano, sempre attento al comportamento dei suoi governanti, non avrebbe tollerato una donna così perversa, mentre la spregiudicatezza tipica delle donne di potere in genere non dà fastidio alcuno alla popolazione, che anzi spesso si compiace che al timone del potere vi possano essere delle donne, in genere più magnanime e accondiscendenti dei colleghi maschi… Quindi si può dire che di tutta questa vicenda, la Papessa, la Pornocrazia, Marozia, gli elementi reali sono alquanto confusi con la propaganda politica. In un epoca storica in cui si fece un processo postumo a un papa, Formoso, riesumando il suo cadavere putrefatto e rivestendolo degli abiti papali, dicerie e calunnie erano all'ordine del giorno.
(Sopra) Uno splendido ritratto di Marozia dei Teofilatti, nobildonna romana che influenzò notevolmente la vita ecclesiastica intorno al X Secolo. Questa donna fu in seguito bollata ingiustamente come dissoluta e spregiudicata e potrebbe essere lei l'ispiratrice della leggenda della Papessa Giovanna.
Sta a noi interpreti moderni analizzare questi fatti con logica critica, discernendo quello che è leggenda creata per motivi di discredito da quello che al contrario può essere verità storica. E se vi può essere stata una papessa Giovanna, per quanto improbabile, i soli dati di fatto potrebbero essere che si trattava di una donna eccezionale, estremamente dotta e colta, che grazie alla sua superiore capacità intellettuale potrebbe aver superato tutti gli uomini del tempo, come mostra palesemente la carta dei Tarocchi. E' questo il motivo che spiega il successo anche attuale della leggenda e il fatto del grande amore che la gente prova verso questa figura. E poiché a volte nascono realmente donne del genere, straordinariamente forti, come nel caso di Giovanna d'Arco, questo fatto è l'unico elemento verosimile presente in questa vicenda.

Lorena Bianchi

(Sopra, a sinistra) Incisione tratta dall'edizione rinascimentale dell'opera del Boccaccio "De Muliebris Claribus", in cui il grande scrittore italiano cita l'episodio della papessa Giovanna, con il titolo "De Ioanne Anglica Papa". (Al centro) Miniatura tratta da un'edizione in tedesco dell'opera boccaccesca, a sottolinearne il successo in ambienti protestanti. (A destra) Miniatura medievale che raffigura per l'ennesima volta Giovanna. Sulla tiara la scritta recita: "Ein frau was pabst", "una donna fu papa".

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