Orizzonte Editrice
Le montagne piramidali e i megaliti dell'Alto Casertano (parte 1)
In Campania, nella valle del Volturno, esistono decine di testimonianze di uno stupefacente passato che affonda le sue radici nella più remota Preistoria. Un viaggio alla scoperta di queste meraviglie nascoste dalla Storia ufficiale
Premessa (di Lorena Bianchi)
Quando alcuni giorni fa è arrivata la mail della Prof.ssa Anna De Simone, Primo Cittadino di Roccaromana, in provincia di Caserta, il primo gesto è stato quello di cercare la posizione della piccola cittadina sulla cartina. Quando Google ha mostrato la sua collocazione nella zona dell'Alto Casertano, vicino alla zona del Matese, ricca di storia e di magia, improvvisamente un dubbio ci ha assalite. Vedendo poi le foto che la De Simone ci aveva allegato e leggendo tra i molteplici simboli scolpiti nelle chiese oggetto delle immagini, non riuscivamo a credere ai nostri occhi. All'improvviso, un messaggio antico di millenni trovava chi era in grado di leggerlo. Sì, perché c'è voluta tutta la conoscenza degli Antichi, i nostri primi antenati, dei loro simboli, delle loro usanze e della loro religione per scrivere l'articolo che state leggendo. Una conoscenza di cui mi sono fatta carico in questi anni di ricerche, nella più totale reticenza da parte della Scienza ufficiale, e che ho avuto modo di esprimere in un libro di prossima pubblicazione: esso narrerà la storia del primo popolo che abitò l'Italia e delle sue incredibili costruzioni megalitiche. Ma in questo quadro mancava un dettaglio, un dettaglio importante, forse fondamentale: qualcosa che va contro tutti gli schemi precostituiti, che è possibile raggiungere utilizzando il metodo di lavoro adoperato per la realizzazione del libro. Le conclusioni sono a mio parere entusiasmanti per chi ricerca la verità e non si accontenta delle fandonie del mistero propalate da tv, giornali e siti spazzatura… Buon viaggio in questi luoghi antichi e magici.
Roccamonfina è un posto che dovrebbe essere considerato monumento mondiale, patrimonio dell'Umanità tutelato dall'Unesco. Perché non capita tutti i giorni di avere un luogo in cui i nostri diretti antenati lasciarono tracce di sé tali da far riscrivere i libri di storia. Roccamonfina è un vulcano, un vulcano oggi spento ma che in un periodo compreso tra 600mila e 50mila anni fa fu notevolmente attivo. Dopo una prima fase eruttiva, il vulcano si placò per risvegliarsi circa 385mila anni fa con una serie di eruzioni esplosive, caratterizzate da un grande deposito di ceneri. Ed è in questo periodo che la nostra storia ha inizio: tra i 385mila e i 325mila anni fa, tre adolescenti umani della specie Homo Heidelbergensis camminarono sulle ceneri fangose depositate dal vulcano su un pendio ripido, lasciando tre piste fossili con complessivamente 56 orme. Si trattava di orme che sono state impresse da individui di circa 150 cm di altezza, con una misura del piede pari al 34 di scarpa. La natura del fango vulcanico tiepido consentì di memorizzare la forma esatta dell'arco plantare, nonché del tallone e delle dita: l'analisi dei piedi di quei tre ragazzi dimostra che essi avevano un'andatura perfettamente eretta, erano capaci di muoversi in maniera logica e intelligente e inoltre avevano caratteristiche morfologiche moderne. Poiché l'altezza media degli esemplari di Homo Heidelbergensis è di circa 1 e 75, si deduce che chi ha realizzato le impronte probabilmente era di giovane età: appunto ragazzi in vena di esplorazione, magari incuriositi dall'eruzione del vulcano di Roccamonfina.
(Sopra, a sinistra) Le celebri Ciampate del Diavolo, le più antiche impronte umane lasciate da adolescenti di Homo Heidelbergensis circa 325mila anni fa. L'Heidelbergensis è un probabile antenato diretto della nostra specie e aveva sembianze decisamente moderne, come mostra questa raffigurazione della BBC (a destra).
Si tratta di una scoperta eccezionale, realizzata nel 2003 presso la frazione Foresta dei comuni di Tora e Piccilli, dagli studiosi di storia locale Adolfo Panarello e Marco de Angelis e dal professor Paolo Mietto dell'Università di Padova: una scoperta sensazionale, non fosse altro che le uniche orme umane primitive rinvenute sono quelle trovate in Tanzania e relative ad Australopitechi, esseri non certo moderni ed evoluti, e risalenti a 3 milioni di anni fa; mentre un'altra orma, appartenente sempre all'Homo Heidelbergensis e risalente a 300mila anni fa, fu trovata nel sito preistorico di Terra Amata presso Nizza, ma si trattava di un'impronta singola e non multipla e dettagliata come queste. Eppure, da questo rinvenimento emergono alcuni dati ineluttabili e significativi. Primo, l'Homo Heidelbergensis, da cui derivano tanto l'Uomo di Neanderthal quanto la nostra specie, era un essere evoluto e moderno e non uno scimmione peloso e cannibale che una certa storiografia idiota e razzista ancora si ostina a mostrare. Secondo, che l'Italia era popolata da esseri UMANI almeno 325mila anni fa (ma occorre ricordare che il povero Homo Erectus, pur evoluto e civilizzato, potrebbe aver popolato l'Italia già 900mila anni fa, sempre che l'Uomo di Ceprano venga riconosciuto appartenente a tale specie). Terzo, che gli esemplari di Homo Heidelbergensis, se erano tre ragazzi, facevano sicuramente parte di una tribù, e che non era un caso che questa tribù fosse stanziata vicino a un vulcano in eruzione. Il perché di questa asserzione è semplice e ha per risposta la cosa più preziosa e tecnologica che i nostri antenati possedevano: il fuoco. Prima di diventare capaci di accenderlo, un fatto che fu compreso dai Neanderthal, i nostri antenati utilizzavano fonti naturali: ovvero, la lava dei vulcani. E in questo senso il concetto di Madre Terra che aiuta i suoi figli col cibo e col calore non potrebbe essere più chiaro. E' il pianeta Terra a fornire, con la lava incandescente, la materia prima per accendere il fuoco: un elemento che diventa sacro, prezioso, da custodire pena la vita; ed è proprio a questa epoca, se non addirittura all'Homo Erectus materiale scopritore del fuoco in Etiopia circa un milione di anni fa, la nascita dei concetti relativi alla Dea Madre intesa come signora del fuoco e della luce, un concetto arrivato fino a noi attraverso l'esoterismo, l'alchimia e la massoneria. Iside di Faro, la Dea Madre egiziana che con la luce del Faro di Alessandria illuminava la strada della conoscenza e della vita, cos'è se non la versione moderna ed evoluta del vulcano che erutta e attira a sé, con la sua colonna di cenere e lapilli, le tribù umane paleolitiche?
(Sopra, a sinistra) I vulcani furono la prima fonte di approviggionamento del fuoco e grazie alla loro visibilità erano un punto di riferimento da moltissimi kilometri di distanza. Un concetto, quello della Dea Madre che dona fuoco e luce che dalla Preistoria è proseguito direttamente nel culto delle grandi Dee dell'antichità, di cui Iside di Faro, con il disco solare sulla testa, era l'esemplificazione estrema. Fu questa Dea la patrona del Faro di Alessandria d'Egitto, metafora della luce del sapere e della conoscenza. Oggi lo stesso ruolo è stato assorbito dalla Statua della Libertà di New York.
In questo senso emerge il senso della quarta considerazione: se esseri umani moderni da un punto di vista fisico, biologicamente nostri antenati, hanno popolato un'area vulcanica italiana 300mila anni fa, non potrebbero essere rimasti sul posto? Non potrebbero aver sviluppato una cultura, un culto radicato sul territorio, la conoscenza ad esempio la posizione delle fonti, dei corsi d'acqua, dei pascoli per le mandrie di Megafauna da cacciare? E' molto probabile che, in mancanza di disastri naturali tali da far estinguere il genere umano, gli Heidelbergensis siano rimasti nei pressi di Roccamonfina per decine di migliaia di anni, fino all'arrivo dei primi Neanderthal e poi, successivamente, a partire da 35mila anni fa, dei primi esponenti della nostra attuale specie, gli uomini di tipo Crô-Magnon fuoriusciti dall'Africa. Abbiamo appurato altrove come siano state due le direttrici con cui i Crô-Magnon sono giunti in Italia, una direttrice dalla Spagna e quindi dalle Alpi e dal settentrione e una dalla Sicilia, risalendo lungo la Penisola. Non ci importa sapere quale delle due correnti sia giunta per prima: quello che ci preme osservare è come gli insediamenti dei Neanderthal si sovrappongano a quelli Heidelbergensis e come poi gli stessi siano occupati da quelli Crô-Magnon, senza violenza, come se fosse in corso una fusione, un'ibridazione. In effetti, esiste una continuità per così dire culturale tra questi tre tipi umani, al punto che non è possibile stabilire ufficialmente se le strutture artificiali che caratterizzano i siti occupati dai Crô-Magnon siano stati effettivamente costruiti da loro e non invece dai predecessori.
Infatti il problema di fondo è questo: poiché le specie umane erano simili, è possibile, anzi molto probabile, una mescolanza dei loro geni. Al contrario di quello che sostiene la corrente più reazionaria degli scienziati, sono svariate le prove genetiche, suffragate da ritrovamenti archeologici importanti, testimonianti che il Neanderthal e il Sapiens Sapiens hanno subito una fusione genetica, al punto che il colore rosso dei capelli e la pelle chiara sono un tratto ereditato dai Neanderthal. E per quanto riguarda la cultura? Che ne è dei luoghi sacri, venerati come doni di Madre Terra da millenni? Se andiamo a guardare le usanze dei Crô-Magnon, essi venerano e rispettano le stesse cose gli antenati Heildelbergensis e dei fratelli Neanderthaliani. Soprattutto il fuoco, soprattutto il senso di una Dea Madre potente e legata al sapere e alla conoscenza, attributo tipico di moltissime Dee successive, come ad esempio Athena. Fuoco significa riparo, calore, sicurezza, ma anche cibo cotto, più facile da mangiare, e dunque maggior varietà, maggiore possibilità di acquisire nutrimento e dunque una maggiore vitalità, più figli, più vita… La Capra, assieme alla lancia di selce, sono il simbolo di questo periodo. Anche e più del mammuth: quello era un pachiderma gigantesco e pericoloso da assalire, mentre le capre divengono un cibo facile da catturare, addomesticabile e per di più fonte anche di altri nutrienti grazie "all'invenzione" del latte. Se osserviamo tutta l'area circostante Roccamonfina, soffermandoci in particolare sulle montagne (le capre vivono in montagna e i nostri antenati le seguivano sulle alture, vivendo sulle pendici dei monti), ci si accorge di due elementi caratteristici di questo popolo primigenio. Innanzitutto i toponimi: in zone popolate da Crô-Magnon, si possono vedere tutta una serie di nomi simili tra loro a seconda delle località. Il fenomeno è famoso e studiato nel territorio che più di tutti ha assistito allo stanziamento dei Crô-Magnon, ossia la Liguria, l'Emilia, la Toscana, il Piemonte e parte della Lombardia e del Veneto: in questo territorio una radice linguistica preindoeuropea, conosciuta dagli studiosi come Nostratico, ha forgiato i nomi di città, fiumi e montagne. Curioso, ma fino a un certo punto, è ritrovare gli stessi toponimi, le stesse denominazioni qui in Campania, in provincia di Caserta, tra il Mar Tirreno e il Molise… E' strano, almeno a ragionare secondo quanto afferma la Storia ufficiale, che sostiene, senza tenere presente l'insediamento dei popoli preistorici, come i primi abitanti della zona siano stati gli Osci-Opici italici di stirpe mediterranea e in seguito i Sanniti di stirpe indoeuropea.
(Sopra) L'arrivo dei Crô-Magnon dall'Africa a partire dal 32000 BCE: è chiaro il senso della stirpe italica che popolò la Penisola mescolandosi con le popolazioni autoctone neanderthaliane. (Sotto) Le prime popolazioni che abitarono l'Italia infatti erano tutte cromagnoidi e caratterizzate da usi e costumi simili, per tacere della lingua. Si tratta di popoli fratelli, in pace tra loro.
Ora, è incredibile che nel XXI Secolo si considerino attendibili queste informazioni, basate su visioni ottocentesche che hanno portato a genocidi e sciagure, e non si guardi alla cultura primordiale. Che gli Osci siano mediterranei ci pare ovvio, venivano dall'Africa! E che i Sanniti vengano dall'Asia caucasica pare ancora più ovvio, visto che sono gli stessi Crô-Magnon che andarono a colonizzare il mondo, per poi tornare nei luoghi di origine, a partire dal 1200 BCE! In sostanza, si vuole criticare fortemente la visione "da Ventennio" dei popoli italici, mentre le testimonianze, storiche, archeologiche e genetiche ci dimostrano che furono proprio quegli stessi Crô-Magnon che altrove prendono il nome di Liguri a generare la civiltà in queste terre. Ma al contrario, in una sorta di revanchismo al contrario, si cercano fantomatici popoli del mare, per non parlare della barzelletta dei Pelasgi, popolo pre-greco che per la cronaca fu l'antenato dei moderni Albanesi e che mai giunse in Italia: tutto nasce da un equivoco linguistico del grande Tucidide, che nessuno finora ha analizzato criticamente. Analizzando invece nel dettaglio la storia del territorio, le tracce ineluttabili, le similitudini incredibili con altri luoghi in Italia e nel mondo, possiamo affermare con certezza che furono proprio quei Liguri a colonizzare l'Alto Casertano in senso moderno, portando con sé 300mila anni di amore e conoscenza del territorio ereditati dei loro antecessori. E questo si può facilmente dimostrare confrontando le Mura Megalitiche attribuite falsamente ai Pelasgi, che comunque vissero decine di millenni dopo, con i monoliti tipici delle zone in cui i Liguri abitarono. Se questi ultimi avevano l'abitudine di riprodurre il cielo sulla terra, secondo una visione religiosa davvero stupefacente, anche tra il Matese e Roccamonfina è possibile riscontrare lo stesso messaggio.
Infatti l'analisi archeologica del territorio mostra tratti davvero eccezionali. Abbiamo provato a segnare, sulla mappa virtuale 3D di Google Earth, i luoghi interessati dalle tracce dei popoli Osci e Sanniti, che come abbiamo detto a nostro avviso hanno una comune origine Crô-Magnon ligure. L'area analizzata va circa dalla zona di Cassino a quella di Caserta per una lunghezza di circa 65 km, mentre il longitudine si sviluppa attorno alle alture che circondano il fiume Volturno, fino alle propaggini della zona del Matese, per circa 25 km: una superficie dunque complessiva di 130 kmq, oggi non densamente popolata ma caratterizzata da un territorio coltivato alternato a zone boscose in via di inaridimento in corrispondenza dei rilievi. La nostra analisi comincia al confine tra le province di Caserta e Frosinone, in territorio di San Vittore del Lazio, con la cinta fortificata megalitica, alta 1,6 m, spessa 2,5 e lunga 3 km, del colle Marena-Falascosa, propaggine del monte Sambucaro che sovrasta la città. Secondo alcuni studiosi locali, questa cerchia di mura, realizzata sulla montagna quasi a picco sulla valle, sarebbe la vestigia di Aquilonia, leggendaria capitale dei Sanniti distrutta dai Romani nel 293 BCE. Ma la vera peculiarità della zona si ha pochi km più a sud, in territorio campano, presso il comune di San Pietro Infine: alla base del Monte Sant'Eustachio, geograficamente collegato a quello su cui sorgeva Aquilonia, sorgono due muraglie simili che convergono verso la vetta che racchiudono una vasta area contornata da mura circolari. La dimensione dei massi è sempre megalitica, superiore ai due metri e del peso di svariate tonnellate. La zona era probabilmente sacra, infatti, al centro si può vedere una grossa sporgenza di roccia simile ad una vasca in cui gli antichi specchiavano, grazie all'acqua che versavano, le stelle del cielo. Ma la sacralità si aveva anche in un senso opposto, verso l'interno della terra: infatti è presente una vasta grotta utilizzata anche a scopi abitativi, che rappresenza un'altra tipicità di queste popolazioni (non dimentichiamo che i Crô-Magnon vivevano nelle caverne). Andando 5 km a est, in territorio molisano, è possibile trovare altre colossali mura ciclopiche: sono quelle di Venafro, sono formate da massi di basalto e sono alte anche 4, 5 m in alcuni punti, anche se ormai ne sopravvivono solo due tratti.
(Sopra) A Prata Sannita sono state rinvenute le tracce che confermano la nostra teoria. Accanto a un insediamento di Neanderthal, popolato a partire da 75mila anni fa, si è trovato un villaggio del 27000 BCE abitato dai Crô-Magnon. (Sotto) La fauna però era molto diversa dalla attuale.
Venafro, che si trova in provincia di Isernia, si trova nella valle del Volturno e seguendo questo fiume torniamo in territorio campano con un'altra città osco-sannita(e ligure), ossia Callifae, edificata sulle pendici del Monte Cavuto, nel territorio di Pratella. A 660 metri di quota, in mezzo a una foresta di betulle, si erge in posizione meridionale un muro di cinta in massi di calcare bianco, che assume una forma tipica di alcune località precolombiane: a uno strato megalitico inferiore segue uno strato superiore formato da pietre più piccole (come se chi avesse in seguito popolato l'area non fosse più stato capace di spostare i massi ciclopici). All'interno del muro alto 6 m e lungo oltre 350 metri, vi è la città vera e propria, di forma ellittica come tanti altri insediamenti antichi liguri e non, pensiamo ad esempio a Catal Huyuk. Gli scavi ci mostrano tutto sommato poco di questa cittadina distrutta dai Romani, che qui mostrarono il loro lato più barbaro compiendo veri e propri genocidi. Ma la popolazione in parte si salvò grazie ancora alle onnipresenti grotte calcaree: Monte Cavuto infatti significa "montagna cava" per la presenza di incredibili caverne scavate dall'acqua nelle rocce solubili. L'area quindi dispone di ripari naturali probabilmente utilizzati dai Crô-Magnon e di possibili vie di fuga, magari attraverso pertugi ancora inesplorati, infatti il comune di Pratella è celebre per le sue sorgenti solfureo-ferruginose effervescenti naturali (non a caso in tutta l'area vi si imbottigliano note marche di acque minerali).
(Sopra) Le pendici a "U" del Monte Cavuto, così chiamato per le innumerevoli grotte che lo attraversano: la forma della valle sembrerebbe indicare la presenza di un antico ghiacciaio. Comunque sia sulla dorsale del monte è stata rinvenuta una città, Callifae, si cui rimangono ancora le gigantesche mura megalitiche (al centro). Non è l'unico insediamento ligure-osco presente nel comune di Pratella che ospitava molte altre muraglie ciplopiche (a destra).
In questo territorio sacro e importante da un punto di vista naturale, non stupisce di trovarsi, a soli 6 km più a est, un altro muraglione megalitico, stavolta nel comune di Prata Sannita: il Muro delle Fate è posizionato su una montagna a mezza costa, all'altezza di circa 400 metri di quota, in diretto collegamento visivo con l'antica Callifae. Dietro di questo muro, che nasconde evidentemente un'altra città osca non ancora definita, sorgono altri resti sul Monte San Silvestro nel comune di Valle Agricola, a poca distanza da un "inghiottitoio", una vera e propria dolina che si apre a 1100 m di altezza sull'altipiano di Campo Rotondo, probabilmente quel che resta di un antico lago glaciale. La dolina lascia intuire come tutto il territorio sia cavo e come esso sia probabilmente in collegamento con le grotte che si aprono sui fianchi delle montagne abitate da Liguri-Osci. Sette km a sud-ovest e raggiungiamo un altro luogo favoloso, il tumulo di Rupe Canina. Su quello che sembra a tutti gli effetti un mound artificiale, tra le cittadine di Sant'Angelo Alifae e Raviscanina, sorge un complesso medievale edificato sul preesistente forte osco, dalla caratteristica forma a goccia. Le mura ciclopiche non esistono più, inglobate nella rocca normanna, oggi in rovina. Ma il luogo, la posizione, la forma: tutto lascia pensare a un luogo antichissimo, riconvertito in tempi recenti. Del resto vicino, a sud, sorge Allifae, oggi Alife, tipica città romana a forma rettangolare: segno della dominazione e della conquista latina. Probabilmente il forte sannitico di Rupe Canina faceva parte del complesso della città di Cluvia, a sua volta rasa al suolo dai legionari, che sorgeva 8 km esatti più a est, sull'altro versante del massiccio montuoso che sovrasta la pianura. Di Cluvia rimane ben poco nel territorio di Castello del Matese, eppure si trattava di una città fiorente, citata spesso nei documenti antichi.

(CONTINUA)

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