La Megafauna del Pleistocene
Nell'epoca geologica che precedette l'attuale, sulla Terra si svilupparono animali che nulla ebbero da invidiare ai più antichi dinosauri. Perché diventarono così grandi? Perché si estinsero? E il gigantismo colpì anche l'Uomo?
"Megafauna" è un azzeccato termine paleontologico che indica tutti quegli animali che, per motivi non del tutto chiariti, svilupparono nel corso della vita sulla Terra dimensioni imponenti, fuori contesto. Ad esempio megafauna erano le libellule, gli scorpioni, i millepiedi e gli scarafaggi giganti che popolarono la Terra tra il Devoniano e il Carbonifero, prima dell'arrivo dei vertebrati; megafauna erano i celeberrimi dinosauri, di cui tutto si sa (o si crede di sapere); infine, megafauna sono quegli animali del Terziario e del Quaternario che ebbero dimensioni spropositate e su cui purtroppo in pochi sanno dire qualcosa. Ed è un peccato che la Scienza non rivolga le sue attensioni ad esseri giganteschi vissuti poche centinaia di migliaia di anni fa, un lasso di tempo infinitesimale per la scala geologica. Animali giganteschi che in quasi tutti i casi entrarono in contatto con i primi umani, segnando indissolubilmente la memoria collettiva della nostra specie. Di sicuro, i ritrovamenti fossili ci raccontano una storia globale, un fenomeno di gigantismo che colpì l'intero pianeta, in quanto la megafauna fu presente in tutti i continenti, inclusa la remota e isolata Australia. L'epoca di riferimento è tra il Pliocene e soprattutto il Pleistocene, la penultima era geologica terrestre (l'ultima è l'attuale, l'Olocene). Il Pleistocene convenzionalmente inizia 1,8 milioni di anni fa e finisce circa dodicimila anni fa: la Terra in questo periodo fu caratterizzata da quattro grandi glaciazioni e da altrettanti periodi interglaciali.
(Sopra) Un'immagine emblematica tratta dal film "10000 BC" di Roland Emmerich e prodotto nel 2008 dalla Warner Bros: un Uomo di Cro-Magnon affrontato da un'enorme Tigre dai denti a sciabola. Questi erano i nemici naturali che i nostri antenati furono costretti ad affrontare.
Proprio in questo momento nacquero specie animali veramente possenti, paragonabili dimensionalmente ai dinosauri, vissuti sessantaquattro milioni di anni prima. Dopo l'estinzione dei grandi rettili (anche se scientificamente occorre dire che rettili non erano), nel Terziario si assistette al predominio dapprima di grandi uccelli predatori e poi dei mammiferi. E proprio questi ultimi svilupparono nell'ultimo milione di anni varietà assolutamente incredibili, tra carnivori giganteschi ed erbivori come vere montagne di carne virtualmente invulnerabili con le armi in dotazione agli umani dell'epoca, e cioè archi, frecce e lance.
 
Animali colossali
L'elenco dei mammiferi giganti del Pleistocene è stupefacente per varietà e potenza di questi animali. Tutti conosciamo il mammuth, il rinoceronte lanoso, l'orso delle caverne, la tigre dai denti a sciabola: si tratta di specie preistoriche spesso raffigurate accanto ai nostri antenati nelle ricostruzioni dell'età della pietra. Ma spesso le proporzioni sono sbagliate e non ci si rende conto delle loro dimensioni. L'orso delle caverne, ad esempio, era alto come un moderno grizzly, ma molto più robusto ed entrava in competizione con gli esseri umani per via della sua abitudine di cercare riparo nelle grotte. Questa difficile coesistenza portava gli umani ad essere prede dei terribili artigli dell'orso, anche se la sua dieta era prevalentemente vegetariana. Chi non era vegetariano di certo era lo Smilodonte, o Tigre dai Denti a Sciabola. A dire il vero questo termine viene attribuito anche ad altre specie della famiglia dei Macairodonti, come il Macairodo e l'Omoterio, terribili felini caratterizzati dalle zanne anteriori fortemente allungate. Lo Smilodonte era lungo fino a quattro metri, assai più della tigre attuale (con cui, a dispetto del nome, non era imparentato), alto un metro e mezzo alla spalla e con canini lunghi 20 cm, usati come veri e propri coltelli. Questi felini erano estremamente robusti e coraggiosi: attaccavano prede più grandi di loro, che pesavano mezza tonnellata; i loro bersagli venivano affrontati inferendo ferite profonde e lasciati poi morire dissanguati. Come l'orso delle caverne, anche lo Smilodonte si estinse 10mila anni fa. In America esisteva anche un coyote gigante, il Diro, pesante 100 kg, che si trovò a convivere con i lupi, enormemente più piccoli ma più organizzati socialmente. Altri predatori terribili sono il Dinofelis, un giaguaro con i denti allungati che in Africa predava gli Australopiteci, e il Leone delle Caverne, raffigurato spesso nelle pitture rupestri come avversario degli umani, lungo tre metri e mezzo e pesante 350 kg.
(Sopra, da sinistra) Varie specie di Tigri dai Denti a Sciabola, conosciute con il termine scientifico di Smilodonte. Questo animale non imparentato con i felini moderni popolò vaste aree dell'Europa e dell'America. (Sotto, a sinistra) Un Orso delle Caverne a confronto con un uomo. Evidente la stazza dell'animale, più grande di un moderno grizzly. (Al centro) Un Leone delle Caverne, grande quanto un cavallo, popolava le aree temperate di Europa e Asia e fu acerrimo nemico dei nostri antenati per il possesso delle grotte in cui vivere. (A destra) Un altro tipo di Tigre dai Denti a Sciabola era il Macairodo, con i denti un po' più piccoli.
A predatori di tale mole corrispondevano erbivori ancor più grandi. Il Mammuth raggiunse, nella sua specie più grande, i quattro metri al garrese come altezza, sei-sette metri di lunghezza e un peso di 8 tonnellate, rendendo questo mammifero un vero carro armato vivente. Le sue zanne, lunghe cinque metri, lo rendevano capace anche di una grande difesa attiva. Concorrente diretto del mammuth era il rinoceronte lanoso, lungo quattro metri, alto due al garrese e pesante oltre due tonnellate. Aveva due corni sulla fronte, il più lungo dei quali misurava un metro. Ancor più grosso era l'Elasmoterio, il mitico unicorno delle leggende: un colosso lungo sei metri, altro 2,5 al garrese e pesante cinque tonnellate. L'Elasmoterio aveva un unico corno lungo due metri e sebbene fosse strettamente imparentato con il rinoceronte, aveva una corporatura slanciata e lunghe zampe adatte a una corsa veloce. Malgrado la mole era un animale agile e la carica di un branco di Elasmoteri era in grado di mettere in fuga anche i mammuth. Altri animali colossali erano i cervi: il Cervo Gigante era impressionante per le dimensioni del palco di corna, larghe fino a tre metri e mezzo. L'animale aveva una corporatura proporzionata alle sue corna, ed era infatti alto a sua volta oltre tre metri. Si tratta di una caratteristica chiave per comprendere la megafauna pleistocenica: non si trattava di esseri proporzionati, ma come una versione degli attuali, maggiormente ingranditi (anzi, sono gli attuali ad essere in scala). Un esempio è dato dal Castoroide, detto anche Castoro Gigante, lungo due metri e mezzo e pesante un quintale: i suoi incisivi erano lunghi quindici cm e in grado di rosicchiare anche le sequoie. Dimensioni a parte, il castoro moderno presenta le stesse proporzioni, è un simpatico animale lungo sessanta cm e pesante una decina di kg! Analoghi esempi si possono fare per l'Armadillo Splendido lungo due metri, il Bradipo Gigante argentino e il Topo Imperatore del Sud-Est asiatico, grande come un toro.
(Sopra, a sinistra) Il Mammouth è il più classico rappresentante della fauna pleistocenica gigantesca. Qui nel film "10000 BC" insegue inferocito un cacciatore Cro-Magnon. (A destra) Il mitico unicorno delle leggende era con tutta probabilità l'Elasmoterio delle steppe asiatiche: imparentato con i rinoceronti, aveva un solo lunghissimo corno e un aspetto simile a quello del cavallo. Le sue zampe lunghe gli consentivano velocità di galoppo elevatissime. (Sotto, a sinistra) Con un palco di corna largo tre metri e mezzo il Cervo Gigante è uno dei massimi esempi della megafauna. Questo animale si estinse a causa dell'osteoporosi all'inizio dell'Olocene e la sua fine può fornire importanti elementi sulle cause del gigantismo. (Al centro) L'Armadillo Splendido del Sudamerica era grande come un'automobile Smart. (A destra) Altro animale simbolo del Pleistocene è il gigantesco Bradipo di terra che popolava la pampa argentina, alto quanto una giraffa.
Senza contare gli uccelli: dall'Epiornide del Madagascar al Moa della Nuova Zelanda, passando per l'Aquila di Haast: dimensioni di tre-quattro metri di altezza e cosce da tirannosauro per i primi due uccelli, assai simili agli struzzi ma pesanti mezza tonnellata; le loro uova avevano un metro di circonferenza. Invece l'Aquila di Haast era la predatrice dei moa, sui quali piombava ad una velocità di cento km orari e con la potenza di un missile moderno, dato il peso e l'apertura alare di quattro metri, paragonabile a quella di un deltaplano. Non si tratta certo dell'unico esempio di volatile gigantesco, perché l'Aquila di Haast fu superata dall'osteodontornite, una specie di albatro vissuto 12 milioni di anni fa e con le ali larghe sei metri, e dall'Argentavis, un rapace grande come un aereo da turismo che visse sulle Ande fino a metà Pleistocene. Alle Hawai invece visse, a partire da tre milioni di anni fa, un'anatra gigante, il Moa-nalo, alta due metri, mentre in Perù viveva un pinguino gigante alto 1,80 e con un becco a fiocina lungo il doppio del cranio. Un discorso a parte meritano i rettili, in quanto le forme di gigantismo che crearono esseri spaventosi che in certi casi perdurano ancor oggi, come nel caso dell'anaconda, della tartaruga gigante delle Galapagos e del pitone reticolato.
(Sopra, a sinistra) L'Epiornide del Madagascar fu un colosso che di tanto in tanto viene ancora avvistato nelle foreste dell'isola afrocana e che quindi potrebbe essere scampato all'estinzione. (Al centro) L'Aquila di Haast era un autentico aereo da caccia in carne e piume, predatrice di Moa. (A lato) Non fu però il più grande uccello di tutti i tempi, palma che spetta al cileno Argentavis, grande come un aereo da turismo. (A destra) Ancora un'immagine del gigantesco Moa.
 
Giganti sotto ghiaccio
E' chiaro quindi che il Gigantismo fu un fenomeno che colpì molte specie e gli studiosi ipotizzano che la causa di questo ingrandimento generalizzato sia dovuto a una legge biologica, la Regola di Bergmann, secondo cui in climi freddi gli animali hanno la tendenza ad ingrandirsi per preservare meglio il calore interno. A differenza di quello che si potrebbe pensare osservando umani che vivono in climi freddi, come gli eschimesi che sono piccoli ed esili, gli animali che possiedono una grande superficie corporea rispetto alla massa riescono a trattenere meglio il calore e ad essere più caldi al loro interno, all'opposto dei climi tropicali in cui una grande massa necessita di dispositivi "a radiatore" per smaltire la temperatura eccessiva. Questa teoria spiegherebbe la megafauna come una conseguenza delle glaciazioni pleistoceniche. Ma quale fondamento può avere questa ipotesi? Noi viviamo nell'Olocene, l'ultima era geologica cominciata proprio alla fine dell'ultima glaciazione.
Noi quindi siamo testimoni di un periodo interglaciale in cui la fauna e la flora si stanno riorganizzando dopo gli sconvolgimenti climatici dell'ultima glaciazione, che sicuramente influenzò profondamente l'Uomo, essendo passata nell'immaginario collettivo con il nome di Diluvio Universale. Infatti dobbiamo ricordare come durante il Pleistocene il livello di tutti i mari del pianeta calò fino a 130 metri sotto il livello attuale: diecimila anni fa lo scioglimento improvviso di immense masse ghiacciate, come qulla che occupava il Mare del Nord, diede vita a inondazioni cataclismiche, che potrebbero persino aver ribaltato anche l'asse terrestre. Si trattò di un evento epocale, ma non certo il primo e l'unico della storia della Terra. Si sono succeduti almeno altri quattro periodi glaciali nella storia del nostro pianeta, il primo ebbe origine nel remotissimo eone detto Proterozoico, 2,7 miliardi di anni fa e durò quattrocento milioni di anni. Ma fu la seconda glaciazione ad essere veamnte memorabile (e devastante): 800 milioni di anni fa, nel Cryogeniano, la Terra ghiacciò completamente, fino all'equatore. Si venne a formare quella che i geologi chiamano "la Terra a palla di neve". Questa glaciazione durò 200 milioni di anni e alla sua fine si ebbe l'esplosione di vita del Precambiano, che riempì i mari di specie pluricellulari organizzate. Ma le cause di quel gelo apocalittico non state ancora scoperte. La terza glaciazione fu sicuramente minore e si ebbe durante l'Ordiviciano, un'epoca compresa tra 460 e 430 milioni di anni fa. La quarta glaciazione si ebbe tra il Carbonifero e il Permiano, tra 350 e 280 milioni di anni fa, e aprì la strada al gigantismo dei dinosauri e degli animali loro affini. Poi più nulla fino a circa 30 milioni di anni fa, quando la temperatura iniziò a scendere su tutto il globo.
(Sopra) In bianco le aree occupate dai ghiacci durante le glaciazioni del Pleistocene. Notare vaste aree della Siberia libere dalle nevi perenni. (Sotto) La massima estensione dei ghiacci durante il Wurmiano non coivolse l'Italia, ad eccezione delle aree alpine.
La quinta glaciazione è un susseguirsi di epoche glaciali più piccole, intervallate come detto a periodi interglaciali più caldi. Per quanto riguarda il Pleistocene , nell'ultimo milione di anni si sono succeduti quattro epoche fredde più significative e tre meno imponenti. Le principali sono denominate Gunz (da 780 a 620mila anni fa), Mindel (da 455 a 240mila anni fa), Riss (da 200 a 120mila anni fa) e Wurm (da 70 a 10mila anni fa). L'ultima glaciazione è detta anche Wurmiano ed è particolarmente importante per la sua presenza nella storia antica dell'Uomo. Ora, cosa causò questi periodi gelidi? Le teorie sono molte e controverse: si tratta probabilmente di un insieme di concause, tra cui un incremento dell'anidride carbonica e del metano, i movimenti precessionali della Terra attorno al Sole, l'incontro con strati di nubi intestellari durante l'orbita del Sole nella Via Lattea, l'assenza di macchie solari e anche la disposizione dei continenti e l'interruzione o meno delle correnti calde, come quella del Golfo, indotta da probabili spostamenti dei poli geografici. Per alcuni, furono enormi eruzioni a raffreddare la Terra, come la Catastrofe di Toba che per alcuni generò il Wurmiano 75mila anni fa. Quale che sia il motivo, la glaciazione del Pleistocene portò un abbassamento della temperatura media a 14°, dai 22° C che la Terra possiede attualmente.
(Sopra) Un classico lago alpino lombardo. Queste aree furono formate dall'immensa pressione dei ghiacciai pleistocenici.
E' chiaro però che le aree tropicali subirono un ridimensionamento, ma non sparirono del tutto: all'equatore il clima non era differente dall'attuale e a dispetto delle tesi ufficiali e della Regola di Bergmann, è sorprendente trovare animali enormi anche ai tropici o in aree calde come l'Australia.
 
Gigantismo della fauna australiana
L'Australia, 70mila anni fa, aveva un clima caldo, non desertico ma simile alla savana africana moderna. Il suo isolamento portò alla creazione di specie giganti partendo da quelle ivi presenti: così si svilupparono il koala gigante, varie specie di canguri giganti (tra cui una alta tre metri), il pappagallo gigante, persino i piccoli wombati, oggi delle dimensioni di uno scoiattolo, ai tempi erano grandi come vitelli. Ma nacquero anche altre specie, assai più terribili delle attuali: come il Leone Marsupiale, un carnivoro paragonabile come taglia alle leonesse moderne e parente della Tigre di Tasmania estinta nel 1936. Il più grosso animale australiano era la Megalania, una specie di Drago di Komodo lunga otto metri e in un certo senso riproposizione dei sauri dell'Era Secondaria, essendo pesante due tonnellate. Era un colosso anche il Diprotodonte, un marsupiale a metà tra un koala e un ippopotamo, alto due metri, lungo tre e pesante quattro tonnellate; per tacere del Genyornis, chiamato dagli aborigeni l'Uccello del Tuono, versione australiana del Moa. Il Quinkana era invece un coccodrillo di terra, abile camminatore, lungo dieci metri; la Meiolania era invece una testuggine cornuta lunga tre metri e mezzo, come un'utilitaria. Come altri rettili si estinse molto tardi, duemila anni fa. Ma gli esempi della fauna ciclopica australiana sono tantissimi.
Se la megafauna si sviluppò anche nella calda e fertile Australia, evidentemente il gigantismo non fu causato dal freddo, ma da un altro fattore globale. Le cause di una crescita smisurata degli organismi animali e vegetali può essere causata da due fattori fondamentali estremi: il primo di questi è una ridotta gravità.
(Sopra, a sinistra) La Meiolania era un'interessante tartaruga gigante cornuta, estintasi come la tutta la megafauna in circostanze sconosciute. Le sue dimensioni sono superiori ai tre metri, rendendola simile a una piccola utilitaria. (Al centro) Il Dromornis (e il suo parente Genyornis) era la versione australiana del Moa. Presenti nella mitologia degli Aborigeni, veniva considerato l'Uccello del Tuono delle leggende. (A destra) Il Leone Marsupiale, parente della moderna Tigre della Tasmania estinta in tempi recenti, era il predatore più terribile delle pianure australiane. (Sotto, a sinistra) Il Diprotodonte fu un singolare tipo di Koala gigante ed era probabilmente la principale preda del Leone Marsupiale. (Al centro) Esempi di megafauna rettile australiana. Il Wonambi era un serpente simile al Pitone Reticolato, lungo dodici metri; mentre la Quinkana era un coccodrillo di terra, abile camminatore, lungo otto metri. Anche questi animali passarono nella mitologia aborigena prima di estinguersi. (A destra) Da un francobollo del Badakistan, un esempio della caccia al Genyornis.
 
Gravità ridotta?
Uno studioso catastofista americano, Ted Holden, ha provato ad analizzare il gigantismo dei dinosauri per comprendere da cosa fosse causato. Gli scienziati ci hanno sempre detto che i dinosauri erano immensi per due cause principali: l'enorme quantità di cibo e la presenza di un clima umido, con laghi e fiumi a sostenere il corpo smisurato di questi colossi. Ma la scoperta di impronte terrestri da parte anche degli erbivori più grossi, che raggiungevano nel caso dell'Amficelia i sessanta metri di lunghezza, ha reso questa ipotesi del tutto errata. I dinosauri non erano anfibi, ma terrestri, a sangue caldo e con una pelliccia; probabilmente avevano anche la capacità di procreare come i mammiferi. Ma se analizziamo la loro struttura muscolare, come sostiene Holden, ci si rende conto che era inadatta a muovere la mole di quegli animali, mentre sarebbe adatta per un pianeta di gravità pari a 1/3 o 1/4 dell'attuale. Alcuni catastrofisti in tal senso sostengono che la gravità non sia costante, come affermato dalla Fisica, ma sia mutevole, secondo la visione tipica della Teoria dell'Universo Elettrico. Per quanto interessante, l'ipotesi di un'origine elettromagnetica della materia ha dimostrato varie lacune e non è al momento sostenibile: inoltre, una gravità ridotta avrebbe portato ad uno straripamento degli oceani e alla sommersione di tutte le terre emerse.
Inoltre, le tesi catastofiste non tengono conto della periodicità della megafauna: non dimentichiamo che dopo la scomparsa dei dinosauri per milioni di anni le dimensioni degli animali furono minuscole. Il secondo fattore scatenante il gigantismo è costituito dalle radiazioni. Le radiazioni ad esempio provocano anomalie nella produzione dell'ormone della crescita e non è un caso che nella Foresta Rossa di Chernobyl, colpita dalla nube radioattiva fuoriuscita dal reattore numero 4 della centrale atomica nel 1986, si svilupparono piante con foglie e fusti grandi il doppio della norma, per poi morire. Anche la fauna fu colpita da deformità e mutazioni, ma le forme di controllo attuate dalle autorità e dai ricercatori hanno impedito a queste nuove forme di vita di incrociarsi con altri animali non contaminati. Furono le radiazioni a causare il gigantismo globale? L'esplosione della supernova Vela X esattamente nel 10000 BCE causò una pioggia di radiazioni sulla Terra che colpirono fortemente tutti gli animali, ma non sembra che queste abbiano causato l'estinzione di tutti le specie giganti: molte, anche tra le più grosse, sopravvissero per alcune migliaia di anni nella nostra era.
(Sopra) La "Foresta Rossa" di Chernobyl subì l'impatto dele radiazioni della centrale nucleare quando questa esplose nel 1986. In essa sono presenti mutazioni genetiche e fenomeni di gigantismo di animali e piante.
Uomini giganti
La presenta di esseri umani giganti nei miti e nelle leggende di tutti i popoli del mondo sembrerebbe confermare quello che dovrebbe essere una logica conseguenza. Davanti a esseri simili, umani moderni non avrebbero avuto scampo, mentre sorprendentemente nel passato della nostra specie troviamo antenati alti, robusti e fortissimi. Pensiamo all'Uomo di Neanderthal, relativamente basso (1,70 m) ma massiccio e potente; pensiamo ai Cro-Magnon, alti oltre due metri e probabili autori dei templi megalitici; pensiamo persino all'Homo Erectus, considerato a torto niente più che uno scimmione e invece un essere intelligente, dotato di armi efficaci, del fuoco, di linguaggio organizzato e degno avversario dei mammuth e smilodonti. L'esistenza di giganti umanoidi è confermata dalla scienza attraverso l'ultimo esponente della megafauna, il Gigantopiteco. Questo primate era alto 3-3,5 metri e pesava 500 kg: viveva nell'Asia centro-meridionale, condividendo il suo habitat con l'Homo Erectus. Il Gigantopiteco era imparentato con l'orango e si nutriva come il panda moderno di germogli di bambù; esemplari sopravvissuti potrebbero aver dato origine alla tradizione degli Yeti e dei Bigfoot. Naturalmente l'esistenza di Giganti della nostra specie sarebbe stata parimenti possibile ed esistono moltissime prove a conferma, anche se la Storia ufficiale smentisce categoricamente. Comunque sia, secondo le tradizioni i Giganti furono sterminati dalle varie popolazioni, tra cui gli Amorrei sconfitti, grazie all'Arca dell'Alleanza, dagli Ebrei di Mosé. In Italia gli autoctoni Lestrigoni, dipinti come antropofagi e selvaggi, furono sconfitti dai Sicani.
Queste leggende hanno fatto ipotizzare a molti scienziati se non siano stati gli umani la causa dell'estinzione anche dei grandi animali. La dieta dei nostri progenitori era sicuramente onnivora e una parte rilevante delle calorie era di origine animale, ma non era sicuramente semplice cacciare la megafauna. Nel caso del Cervo Gigante, che sopravvisse qualche migliaio di anni nell'Olocene in Irlanda e nell'Isola di Man, la causa della scomparsa fu dovuta a una carenza di calcio nelle ossa, che causò una progressiva osteoporosi nei maschi.
(Sopra) Il Gigantopiteco era un primate simile all'orango, che potrebbe aver dato vita alla leggenda dello Yeti.
Tuttavia gli esseri umani non abitarono in maniera stabile quelle terre prima del 7000 BCE, rendendo impossibile quindi l'estinzione per cause artificiali. Il Moa sopravvisse in Nuova Zelanda per undicimila anni, e convisse con i Maori fino alla sua scomparsa intorno al XIV Secolo. La realtà è che fu un insieme di questi fattori a causare la fine della megafauna. Il baluardo della fine del Pleistocene coincide in maniera sospetta con la supernova Vela X, di cui oggi resta un'enorme, tenue nebulosa e una pulsar nella costellazione omonima. Una relazione quindi può esserci, ma occorre considerare come le radiazioni della supernova abbiano rimpicciolito gli esseri viventi, invece di ingigantirli. E se dunque fossimo noi "piccoli" l'anomalia?

Lorena Bianchi

(Sopra, a sinistra) Le ricostruzioni del Pleistocene non mancano di mostrare le meraviglie della Megafauna, tra cui anche il Rinoceronte Lanoso. Tuttavia questo passato inquietante e scomodo viene spesso occultato dagli scienziati, timorosi di dover mettere in discussione le loro teorie e la fonte del loro potere. Invece la fiction mostra alcuni particolari interessanti che servono a raccontare, in modo subliminale, la reale storia del mondo. Un film come "10000 BC", sottovalutato e criticatissimo dagli scienziati ortodossi perché osa mostrare la costruzione delle piramidi egizie in epoche preistoriche, invece serve a instillare il dubbio sull'effettivo svolgimento dei fatti, mascherando con una storia semplice verità storiche sconvolgenti.


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