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San Colombano
Abate è un santo estremamente conosciuto in Europa, venerato
com'è in Irlanda, Scozia, Francia e Italia. Proprio nel nostro
paese, in una valle fertile di un'affluente di destra del
Po, vi è la sua tomba, situata in un'abbazia che è situata
in un territorio carico di energia tellurica. Bobbio, a una
ventina di km da Piacenza, bagnata dal fiume Trebbia di punica
memoria, ai piedi del Monte
Penice e di quel vulcano fossile che è la Pietra Parcellara,
è un posto che è talmente carico di misteri e riferimenti
che si potrebbe riempire un libro. Basti solo pensare che
l'abbazia che ospita le spoglie di San Colombano presenta
sulla sua facciata il celebre "Terribilis
est locus iste", è legata indissolubilmente a Rennes-les-Château:
una "Porta Coeli" è presente nella cripta, l'energia magnetica
della Terra investe le spoglie mortali del Santo esattamente
come avviene nella cripta della Cattedrale di Barcellona con
le ossa di Santa Eulalia, come spieghiamo approfonditamente
nel nostro Dossier. Ma se di
questa affascinante abbazia parleremo in un altro articolo,
occorre tornare al 543 d.C., quando nacque quello che con
San Patrizio sarebbe diventato il monaco di origine irlandese
più famoso al mondo. San Colombano può essere a pieno titolo
definito uno dei fondatori del monachesimo occidentale per
via dei suoi innumerevoli viaggi che terminavano quasi sempre
con la fondazione di un'abbazia. Colombano fu un uomo eccezionale,
ben lungi dai religiosi del tempo assai più ascetici: dotato
di un carattere e di una determinazione fortissimi, col suo
carisma affrontava vescovi e re al pari di quelle di spiriti
e demoni che esorcizzava. Colombano nacque a Leinster e fin
da piccolo frequentò le biblioteche dei monaci della sua città,
divenendo un eccellente conoscitore del latino e dei testi
classici. Appena poté prendere i voti entrò in convento e
così accrebbe la sua cultura anche dei testi della dottrina
cristiana, anche eretica.
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E mentre in Italia
moriva San Benedetto da Norcia, Colombano si trasferì presso il
monastero di Bangor, sempre in Irlanda. Qui, sull'esempio del rigorosissimo
abate Comgall, continuò gli studi sviluppando una profonda conoscenza
di testi di esorcismo e spiritismo ante-litteram, anche grazie al
fatto che l'archivio di Bangor possedeva manoscritti greci e altri
risalenti all'epoca alessandrina scampati alla distruzione della
celebre Biblioteca. La sua conoscenza esoterica divenne notevole
e spesso fu chiamato a propiziare riti in quella che ancor oggi
è la patria dei folletti: ma la sua fama di guaritore ed esorcista
raggiunse la Scozia, quando nel 565 le genti del villaggio di Inverness
lo chiamarono per esorcizzare da un drago invincibile il loro limitrofo
lago!
In effetti la leggenda di San
Colombano che combatte il mostro di Loch Ness a suon di preghiere
è ancora viva oggi nelle Highlands e viene narrata
anche da chi cattolico non è. Le apparizioni di Nessie
nei secoli successivi non mancarono e questo può far
dubitare sull'efficacia dell'intervento di Colombano... Fatto
sta che la gente scozzese accolse l'irlandese come un profeta,
acclamandolo e accompagnandolo per tutto il viaggio di ritorno
fino a Bangor. Questi eventi segnarono profondamente il futuro
santo fino alla decisione di effettuare, come San Patrizio,
la Peregrinatio Pro Domino per mare, cioé la partenza
dal proprio convento e l'arrivo in una terra straniera dove
impiantare un nuovo monastero. Colombano, poco più
che trentenne, carico e fama e consapevole dei propri poteri,
partì e raggiunse l'Armorica, in Francia, in cerca
di un luogo propizio ove fondare la nuova comunità
di monaci, secondo rituali di origine celtica legati al culto
della Dea Madre e dell'energia tellurica ad essa collegata.
Colombano, accompagnato da un piccolo numero di frati irlandesi,
viaggiò fino a Reims e quindi fino al regno di Austrasia,
in cui ebbe modo di incontrare i re di discendenza merovingia
divenuti celebri con il film "Il Codice da Vinci".
Che si creda o no che i Merovingi fossero re-sacerdoti discendenti
di Gesù, è fuor di dubbio che re Gontrano concesse
i privilegi a Colombano, che ebbe il terreno e i finnziamenti
per realizzare tre monasteri a Luxeuil, Fontaines e Annegray.
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| (A sinistra) Il mostro di Loch Ness
vanta testimonianze dalla più remota antichità.
E' qui che venne chiamato anche Colombano dal suo monastero
di Bangor per esorcizzare il celebre drago. Anche se per alcuni
storici ad intervenire sul lago di Ness fu il monaco San Culomba
di Iona, detto per distinguerlo Colombano il Maggiore (benché
contemporaneo del nostro), per questioni di datazione è
più logico propendere per la versione da noi scelta. |
Fece di Luxeuil il suo centro stabile e da qui diresse
le tre comunità per almeno due decenni. Ma all'inizio del VII
secolo sorsero gravi contrasti tra Colombano e l'episcopato francese.
L'irlandese portava avanti regole e tradizioni di origine celtica
ed era deciso a farle valere anche davanti alle palesi divergenze
di carattere teologico, come per il differente calcolo delle festività
e della Pasqua. E così, nel 610, Colombano fu costretto a fuggire
da quella Francia ex-celtica in cui credeva di aver trovato casa.
Ma per il monaco irlndese era l'inizio di una
vera avventura epica. Senza fondi, iniziò a girare per la Francia
fondando monasteri ovunque gli capitasse, la sua predicazione era
divenuta quasi forsennata: arrivò a gettare fondamenta di nuove
comunità fino a Soissons, Parigi e Bregenz. Chiaramente la
sua opera di proselitismo fece infuriare l'episcopato e la famiglia
reale burgunda, che iniziarono a minacciarlo fisicamente. Fu in quel
mentre che Colombano scoprì l'Italia. Mentre
pensava di raggiungere Roma per ottenere l'approvazione della regola
monacale dal papa Bonifacio IV, passò in Lombardia. La capitale
allora era Milano, sede del governo dei re longobardi: e proprio re
Agilulfo lo accolse benevolmente e benché fosse di religione
ariana, gli concesse di fondare un nuovo monastero dove l'irlandese
avrebbe ritenuto più idoneo. Ma prima, occorreva risolvere
un grave problema che affliggeva gli abitanti del vicino Mare Gerundo,
o Mare Padano come lo chiamavano i Romani.
| Quello
che emerge dai documenti storici e dalle sabbie del tempo ha
dell'incredibile, eppure è successo veramente: ne parlano
tanti e tanti scrittori, sebbene la maggior parte delle testimonianze
sia andata perduta nel corso delle tante invasioni che il territorio
lombardo ha subito nel corso della sua storia. Ebbene, a quel
tempo la Lombardia era quasi completamente ricoperta da un gigantesco
lago, chiamato Gerundo, Gerundio o Girondo a causa probabilmente
del fatto che il suo fondo era costituito da uno spesso strato
di sabbia ghiaiosa, che ancor oggi si chiama "gera"
in dialetto. Ora, si tratta di un fatto assolutamente provato
dalla scienza in quanto si tratta di sabbia derivata dall'erosione
delle Alpi durante l'ultima glaciazione, al punto che ai nostri
giorni nei campi del lodigiano e del cremonese, sotto uno strato
superficiale di argilla, è possibile trovare ancora metri
e metri di sassolini a testimonianza della veridicità
del fenomeno. Fatto sta che questo lago era posizionato tra
i fiumi Adda, Serio, Lambro e Oglio, in un territorio che oggi
comprende le province di Bergamo, Lodi, Cremona e Milano: da
Pizzighettone ad Almenno San Salvatore in latitudine e tra Melzo-Lodi
e Romano di Lombardia-Soncino in longitudine. Insomma, un mostro
di 60x35 km, con una superficie di 2000 kmq, assai più
grande del maggiore lago italiano, quello di Garda. Un lago
vasto a tal punto da definirlo mare: Mare Padanus appunto per
i Romani il cui impero era caduto da appena 150 anni. Un mare
però assai poco profondo, in quanto oggi si ritiene,
dall'analisi delle scarpate poste sulle sponde, che non andasse
oltre i 25 metri. Una specie di Lago Trasimeno dunque, solo
enormemente più esteso. |
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| (A destra) Il Lago Gerundo occupava
quattro province lombarde ed era situato alla confluenza di
quattro fiumi: l'Adda, il Serio, l'Oglio e il Lambro. Sebbene
poco profondo, costituiva il maggior lago italiano e uno dei
più grandi d'Europa. Fu prosciugato nel corso dei secoli
e gli ultimi resti scomparvero all'inizio del XX Secolo. |
Narrano le leggende popolari del Lodigiano e della
Val Tidone che si trattava di un mare infestato da un drago lungo
cinquanta braccia, un mostro che si cibava di bestiame e uomini e
che seminava il panico nella popolazione rivierasca, al punto che
in certi paesi a sud del lago i bimbi avevano i divieto assoluto di
giocare in prossimità dell'acqua: il Tarantasio, o Tarànto,
era il Nessie italiano. E così, nella mente di re Agigulfo,
chi meglio di Colombano, che aveva già sconfitto il mostro
scozzese, sarebbe stato capace di esorcizzarlo? E così fu:
la tradizione dice che nei pressi dell'attuale cittadina di San Colombano
al Lambro l'irlandese settantenne, dall'alto di una rupe, richiamò
il mostro con un suono caratteristico, una specie di ululato. Il Tarantasio
si avventò furioso verso il futuro santo, protendendo il suo
corpo serpentiforme e la sua bocca simile a quella di un coccodrillo
verso l'uomo inerme, tra il ribollire e lo schiumare dell'acqua. Ma
Colombano si scostò ed evitò di essere divorato gettandosi
a terra... A quel punto, col drago fuori dall'acqua e completamente
riverso sulle rocce lo colpì con la sua verga nell'occhio.
Il Tarantasio si ritirò nel lago tra atroci grida di dolore,
ma era spacciato: la carcassa della bestia fu trovata il giorno dopo
sulle rive del Gerundo a Casalpusterlengo, dove fu fatta a pezzi.
I frammenti di scheletro, le famose costole di drago che la scienza
attribuisce a resti di balene fossili, ornano ancor oggi molte chiese
poste sulla linea di costa del Gerundo.
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(A sinistra) Vicino a Bergamo, ad Almenno San Salvatore,
nella Basilica di San Giorgio, fa bella mostra di sé
la costola del drago Tarantasio. I paleontologi sostengono
che si tratti di una costola di balena, anche se è
un mistero di come sia possibile la vita di un cetaceo all'interno
della Pianura Padana.
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Che accadde dunque? Colombano fu acclamato dalla gente
del posto al punto da battezzare il paese che sorgeva ai piedi della
rupe della vittoriosa lotta col suo nome. Dalla terra lodigiana il
monaco raggiunse Piacenza e di qui trovò i segni delle correnti
telluriche. Fondò il monastero a Bobbio, che divenne grazie
all sua cultura in pochissimi anni un centro di sapere famoso in tutt'Italia.
Divenne santo dopo la morte avvenuta il 23 novembre 615 e le sue spoglie
come detto riposano ancor oggi nella magica cripta dell'abbazia.
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(A sinistra) L'Abbazia di San
Colombano a Bobbio è un capolavoro del XII Secolo.
(A destra) Il sarcofago del
santo nella cripta dell'abbazia, in un luogo di incontro di
correnti telluriche, ossia una "Porta
Coeli".
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Quel che avvenne al Gerundo fu che si decise di
bonificarlo: i monaci benedettini, cluniacensi e cistercensi lo
prosciugarono poco a poco costruendo un'immensa rete di rogge e
fontanili, anche se tracce via via sempre più piccole di
quello che fu un mare interno rimasero per tutto il Medioevo e l'epoca
moderna, fino agli inizi del XX Secolo. Quanto al drago, la storia
ricominciò: il biscione dello stemma di Milano rappresenta
un'altro Tarantasio ucciso da Uberto Visconti, che visse prima del
1150. Un terzo mostro fu vittima di Bernardino Tolentino, vescovo
di Lodi, intorno al 1300. Ce n'erano talmente tanti, che anche il
simbolo della compagnia petrolifera Agip, che ha la sede (come la
casa madre Eni) a San Donato Milanese, rappresenta un drago a sei
zampe. Anche se un affresco del XII Secolo che qualche anno fa adornava
l'interno della chiesa di San Marco, in zona Brera a Milano, mostra
un tarantasio assurdo: assomiglia letteralmente a un brontosauro!
Ma allora, che razza di animale è il drago del Mare Padano?
E che rapporti ha col ben più celebrato Nessie?
Lorena Bianchi
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(A sinistra) Nella
chiesa di San Marco a Milano fino a poco tempo fa era esposto
un'incredibile affresco che mostra il drago Tarantasio: sebbene
il dipinto risalga al XIII Secolo, mostra l'animale come un
dinosauro assai simile a un Apatosauro, nome scientifico del
celebre Brontosauro, estinto da 65 milioni di anni. Oggi l'affresco
è stato spostato dalla sua sede e si dice che sia custodito
nel Museo della sacrestia, che però è chiuso al pubblico...
Notare le zampe, simili se non identiche a quelle mostrate nelle
Pietre di Ica. |
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(A sinistra) Il simbolo dei Visconti e in seguito della
città di Milano fu il biscione che mangia un bambino.
Proprio un capostipite della famiglia fu a lungo considerato
l'uccisore del drago del Lago Gerundo.
(A destra) Anche il simbolo odierno della compagnia petrolifera
Agip rappresenta il drago Tarantasio, mostrato con l'aspetto
di drago a sei zampe.
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