| Uno
degli spettacoli più incredibili del pianeta Terra è
costituito dalle Aurore Boreali. Nei paesi nordici polari a 60-70°
di latitudine, ma a volte perfino in Italia, possono crearsi in cielo
giochi di luce verde, blu o rossa che sono simili negli effetti ai
tendaggi di un baldacchino. Per secoli i nostri antenati si sono scervellati
per comprenderne l'origine: ad esempio per i Vikinghi, erano le Valkirie
a provocare questi fiumi di luce nel cielo, per via dei riflessi delle
loro armature. |
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Tuttavia
alla fine del XIX Secolo si scoprirono i flussi di gas ed energia
provenienti dal Sole, il Vento Solare. La nostra stella è un
astro molto vivace, con frequenti tempeste che squarciano lo spazio
con particelle e atomi. Quotidianamente la Terra viene investita dalla
massa di energia proveniente dal Sole, ma in realtà non percepiamo
nulla dei capricci della nostra fonte di luce perché a proteggere
la vita esiste una cappa protettiva chiamata Magnetosfera. La Terra
è un immenso magnete ed è circondata da questa corazza
che respinge magneticamente le particelle più cariche. |
| (Sopra) Le Aurore Boreali hanno varie colorazioni:
di solito sono verdi, mentre più rare sono quelle rosse, come
nella foto. |
Poiché
distiamo dal Sole 149 milioni di km, a noi non arrivano grandi masse di
gas ma solo le parti più leggere del Vento Solare, le particelle
ad alta energia, per lo più fotoni. E questi, strusciando contro
il guscio terrestre a 100 km di quota, producono quelle meravigliose manifestazioni
naturali che sono le aurore. Boreali, ma non solo: poiché un magnete
ha due poli, anche al Polo Sud si assistono a questi spettacolari balletti,
e infatti qui si chiamano Aurore Australi. Non solo, ma anche altri pianeti,
come ad esempio Giove e Saturno, dotati di una grande magnetosfera, possono
presentare aurore, visibili dalle sonde o da grandi telescopi. Per via della
frequenza energetica dei fotoni solari, la colorazione è quasi sempre
giallo-verde; più rare sono le aurore blu, mentre quelle rosse, inquietanti
e da sempre associate a momenti terribili e presagi funesti per l'Umanità,
avvengono in media ogni decina d'anni o più. Eventi gravi, dovuti
a tempeste solari di eccezionale intensità, avvengono solo ogni mezzo
millennio e gli effetti sul clima non sono ancora stati studiati adeguatamente.
Se una tempesta del genere colpisse la nostra civiltà, vedremmo l'immediato
blocco di tutti i dispositivi elettrici. Quindi un consiglio: date un'occhiata
al cielo per ammirare questi spettacoli e tenete in casa qualche candela,
che non si sa mai!
Abruzzo:
il ghiacciaio del Calderone
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Per
anni una diatriba ha coinvolto i glaciologi, gli studiosi del comportamento
dei ghiacciai. Qual era il più meridionale lembo di ghiaccio
d'Europa: e la palma era contesa tra il Picato de Veleta nella Sierra
Nevada, in Spagna, e il Ghiacciaio del Calderone, posto sul Corno
Grande, la cima più elevata (raggiunge i 2912 metri) del massiccio
del Gran Sasso, in provincia di Teramo. Una disquisizione non da poco,
perché testimoniava l'estensione dei ghiacci nel corso delle
due ultime ere geologiche, il Pleistocene e l'Olocene: infatti durante
l'epoca glaciale tutta l'Europa subì un drastico raffreddamento
(secondo alcuni studiosi causato da una diversa inclinazione dell'asse
terrestre) e intere regioni si ricoprirono di gelo. |
| (Sopra) Il Corno Grande del Gran Sasso,
la cima più alta del massiccio più alto degli Appennini,
visto dal Ghiacciaio del Calderone. Siamo in Abruzzo, nella provincia
di Teramo. |
Ma da molti
anni, vuoi per cause naturali, vuoi per cause umane, si verifica un fenomeno
di ritiro progressivo dei ghiacciai dai monti europei. Se il Picato de Veleta
si è estinto, l'ultimo residuo del Pleistocene rimane quindi l'altro
candidato alla palma per il più meridionale, appunto il ghiacciaio
abruzzese. Si tratta di una lingua di ghiaccio assai strana, di forma circolare,
"a calderone" appunto, detta Pirenaica in termini tecnici; e sebbene
sia l'ultimo e unico ghiacciaio appenninico, la sua posizione lo ha salvato
in più occasioni dalla scomparsa. Infatti il Calderone occupa una
conca tra le vette del Gran Sasso, che sfiorano i tremila metri e che sono
il tetto dell'Italia peninsulare. Orientato a nord-nord-est e a metà
tra il clima tirrenico e quello adriatico, questo ghiacciaio è coperto
di molti detriti che lo fanno apparire molto scuro e sporco: tutti fattori
che limitano lo scioglimento e che hanno consentito al Calderone di arrivare
fino ad oggi. Ma i pericoli sono sempre in agguato: nel 1996 una particolare
ondata di calore lo portò sull'orlo dell'estinzione totale, così
come nel 2003. Il cambiamento delle condizioni climatiche causate dal Global
Warming e la riduzione delle precipitazioni pongono seri interrogati sul
futuro di questo superstite della preistoria: forse un invito ad andare
a vederlo, ovviamente in compagnia di una guida, prima che di lui resti
solo un ricordo.
Gli
orridi di Uriezzo
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Il
nome "orrido" identifica in geologia un particolare tipo
di canyon, estremamente stretto e profondo, realizzato dalle acque
impetuose dei fiumi glaciali. In sé il nome non rende giustizia
a queste fosse naturali, perché si tratta di vere e proprie
meraviglie della natura da ammirare a bocca aperta. Celebri in Italia
sono gli orridi della Val Malenco: meno noti, ma forse ancor più
spettacolari, sono gli orridi di Uriezzo, nella zona di Domodossola,
nell'alto Piemonte, nei pressi del confine con la Svizzera. Nella Val Antigorio,
nei pressi dei centri termali di Crodo e Baceno, si aprono questi crepacci
fluviali strepitosi per profondità (raggiungono in alcuni punti i
300 metri) e per sensazioni. |
Percorrendo il tratto turistico dell'Orrido
di Uriezzo principale, infatti si percepisce un mondo diverso, sotterraneo,
quasi alieno. Tra muschi e felci, con la sola porzione di uno spicchio di
cielo a fornire la luce, i viandanti sembrano divenire ciottoli di fiume,
gli stessi che hanno eroso l'antico letto del Toce, che è il vero
artefice di queste meraviglie. Un percorso superbo, ma anche un po' pericoloso
per chi soffre di claustrofobia e che richiede anche un minimo di abilità
escursionistiche. Le indicazioni per raggiungere gli orridi di Uriezzo sono
semplici: da Milano si prende la statale del Sempione in direzione Gravellona
Toce. Poi si prosegue per Domodossola e dopo alcuni km si prende l'uscita
per la Val Formazza-Crodo. Superato questo paese, si raggiunge Baceno dove,
dopo poco più di un km, si scorgono i catelli indicatori dell'orrido.
Un altro accesso agli orridi si ha dalla cittadina di Premia.
La
Pietra Parcellara
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Immaginate
un'eruzione catastrofica, secondo alcuni causata dalla caduta di un
meteorite, che duecento milioni di anni fa sollevò un pezzo
di mantello terrestre; immaginate che questa immensa massa di lava
fluida si solidifichi al di sotto di un oceano primordiale, il Tetide;
immaginate che la deriva dei continenti porti in superficie questa
massa ancestrale e che l'erosione scolpisca il paesaggio, lasciando
solo un grande sperone di basalto serpentino nero a testimoniare il
cataclisma di un'epoca tanto remota. In effetti,
osservando la Pietra Parcellara da vicino, appare davvero un caso unico
nella storia d'Italia e non solo. |
A prima vista un "semplice"
vulcano, in realtà questo monte alto 836 metri che domina la Val
Trebbia, in provincia di Piacenza, ci offre l'occasione di poter toccare
con mano le viscere stesse del pianeta su cui viviamo. Considerato un monte
leggendario per il legame con gli Inferi, fu qui che per la tradizione popolare
San Colombano visse alcune delle sue avventure contro il Diavolo, prima
di fondare il monastero di Bobbio. In realtà l'intera area della
Val Trebbia e della limitrofa Val Luretta fu abitata fin dalla più
remota preistoria: insediamenti umani, nella non lontana Piozzano, sono
datati al Neolitico.
| Intorno
a questa zona fortemente mistica e legata alla Madre Terra, si svilupparono
riti e culti sopravvissuti fino all'epoca romana. La Pietra Parcellara,
detta in dialetto piacentino "Pedra Parslèra", vede
sgorgare intorno a sé, alla base del suo perimetro, varie sorgenti
di acque curative, tra cui una denominata Acqua Marcia che veniva
utilizzata dai monaci bobbiesi per salvarsi dalla Peste durante il
Medioevo. Ma poco o nulla cresce sulla vetta: nonostante l'altezza
limitata e la brevità del percorso, la Parcellara è
un'infernale pietraia, che d'inverno diventa pure ghiacciata e scivolosa.
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Un pericolo
non da poco per i tanti turisti che si avventurano nei sentieri tracciati
dal Club Alpino Italiano: ma con le dovute attenzioni la scalata di questo
lembo di preistoria può diventare un'emozione incredibile. E poi,
sulla strada del ritorno, perché non fermarsi in uno degli ottimi
ristoranti che la meravigliosa terra piacentina offre?
Il
Po e il borgo sommerso di Noceto
| Il
fiume Po è sempre stato l'emblema stesso del nord Italia. Il
più lungo corso d'acqua italiano, che nasce sul Monviso, in
provincia di Cuneo, e sfocia nell'Adriatico dopo un viaggio di 652
km, però è al tempo stesso croce e delizia delle popolazioni
che abitano lungo le sue rive. Le frequenti inondazioni, ultima delle
quali avvenuta nel novembre 2000, fanno periodicamente piombare la
gente in paure ataviche, che costarono migliaia di morti, come nel
1952, con la famosa inodazione del Polesine, magistralmente descritta
in un romanzo di Giovanni Guareschi della serie "Don Camillo",
che vide un esodo in massa degli abitanti della regione colpita. Il Po quindi
è un amico che irriga con le sue acque campi e colture; ma è
anche un pericolo, una minaccia costante che nemmeno le opere di arginamento,
realizzate negli Anni '50, hanno saputo placare. |
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| (Sopra) Una delle alluvioni che periodicamente
sconvolgono le terre che circondano il Po: segno di un fiume importante
ma anche pericoloso e temuto. |
Ma proprio Guareschi, visto
il punto di vista prescelto per le sue opere, quella Brescello della riva
emiliana in cui vivono Don Camillo e il rivale Peppone, è il principale
narratore di quelle vicende popolane che tanto appassionavano i nostri nonni.
E proprio in una di queste storie, trasportata anche al cinema con i film
interpretati da Fernandel e Gino Cervi, fa capolino l'antico borgo di Noceto,
che sorgeva sulla sponda lombarda in epoche non troppo lontane. Sommerso
dalle acque del Po dopo la solita inaudita piena, le case in pietra, le
stalle, la chiesa e persino il campanile giacciono ancor oggi nella fanghiglia
sul fondo limaccioso del fiume. Tra magia e leggenda, si dice che di notte,
quando il Po è in piena, si possa sentire ancora il rintocco della
campana sommersa, che esce dalla sabbia.
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