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Oggi
si sa pressoché tutto dell'Ordine dei Cavalieri del Tempio:
sebbene le origini siano incerte, comunque i motivi della fondazione
di questi autentici campioni del mistero sono noti: come abbiamo
anche noi più volte sottolineato, i Templari
ambivano a recuperare l'Antica Religione, riscoprendo scoperte
e nozioni forse antecedenti al Diluvio. Per farlo, si servirono
del papato da un lato e di alleanze alquanto inconsuete dall'altro:
Saraceni, Ebrei, Catari, persino i Mongoli di Gengis Khan portarono
al Tempio un contributo formidabile in libri, papiri, pergamene...
Ma qual era la base filosofica che spingeva i cavalieri dalla
croce patente a rischiare processi per eresia (come è alla fine
accaduto) per portare avanti il loro progetto? Chi poteva essere
il precursore dei loro ideali, se mai vi fosse stato un ispiratore?
Se certamente San Bernardo di Chiaravalle fu il principale "sponsor"
della fondazione dell'ordine, senza dubbio le basi teoriche
dei Templari risalgono a circa 700 anni prima, proprio in quell'Egitto
che dell'Antica Religione è la culla. Andiamo quindi a "far
visita" a Teone di Alessandria, un uomo che è passato alla storia
come un eccellente matematico e astronomo, forse il più valente
della tarda Antichità. Il suo "Commentario all'Almagesto di
Tolomeo" è una delle opere astronomiche meglio realizzate sullo
studio del Sistema Solare, fino alla teoria eliocentrica di
Copernico… Nell'Alessandria d'Egitto del V Secolo CE,
Teone rappresentava il fulcro del sapere, l'uomo più prestigioso
di una scuola culturale che aveva nella Biblioteca il suo nucleo
più vivido. I trecentomila rotoli di papiro che erano custoditi
nel palazzo della Biblioteca racchiudevano un sapere antichissimo
in quando raccoglievano tutti gli annali egizi dall'epoca del
Diluvio in poi. |
| La filosofa Ipazia, come fu rappresentata
da Raffaello ne "La Scuola di Atene". |
L'incendio da parte
dei soldati di Giulio Cesare prima e poi quello, assurdo per motivazioni,
dei fanatici cristiani al soldo del vescovo Teofilo, avvenuto nel
392 CE, distrussero gran parte del materiale contenuto, però una
significativa parte (anche se non ci è dato sapere quanti papiri)
sopravvissero allo scempio e furono affidati ai singoli scienziati,
nella veste di custodi del sapere in un'epoca di (nascente) barbarie.
In effetti, l'Editto di Teodosio in cui si imponeva la religione
cristiana all'Impero Romano risaliva solo al 380; e nel 392 come
abbiamo ricordato Teofilo e i suoi seguaci irruppero nel tempio
del Serapeo di Alessandria, dandolo alle fiamme e con esso gran
parte della città, e dell'annessa Biblioteca, venne distrutta. Era
la fine della Religione Pagana, antica di 5mila anni, ma più ancora
era la fine di una cultura millenaria, quella egizia, che tanto
aveva dato in termini di sapere all'Uomo. Ora i valori di riferimento
non erano più la filosofia, la matematica, l'astronomia: le volontà
cristiane imponevano a tutti ignoranza, penitenza, sofferenza, liberazione
finale dai peccati: il sapere era maligno, luciferino, inadatto
al volgo. Qui nacque l'idea dell'Indice dei Libri Proibiti, che
troverà la sua vera applicazione ai tempi dell'Inquisizione. Ma
nel contesto dell'assolutismo protocristiano, anzi per l'esattezza
un po' prima, nel 370, nacque la figlia di Teone, Ipazia.
| Un'Alessandria
che prima dell'imposizione del Dio Cristiano era un ambiente
estremamente fertile e multiculturale, in cui fianco a fianco
convivevano studiosi cabalisti ebraici, gnostici cristiani della
Scuola Catechetica, che interpretavano le Scritture in maniera
allegorica, e filosofi neoplatonici: tutti fieri delle proprie
convinzioni ma anche al tempo stesso disponibili al confronto,
su basi culturali, delle proprie idee. Ipazia, con un tale padre
e anche con una madre assai aperta, crebbe tra libri e filosofi
amici di famiglia e non stupì come, in pochi anni, divenne
anche più brava del padre. La ragazza disdegnava la vita
familiare, l'obbligo di sposarsi e avere figli: probabilmente
come Saffo era lesbica ma non ebbe mai grandi amori, conducendo
invece una vita assai proficua come libera pensatrice. Senza
studiare deliberatamente la filosofia, si ritrovò così
eccellente filosofa della corrente neoplatonica; attraverso
lo studio dei testi di Teone e di altri frammenti della Biblioteca,
divenne un'abilissima matematica e anche un'inventrice. A lei
si attribuiscono l'astrolabio, l'idroscopio, il planisfero,
benché su questa invenzione pesi il sospetto che fosse
già stata inventata dai suoi antenati Egizi millenni
prima e che dunque la sua fosse solo una riscoperta. Comunque
sia, Ipazia divenne una libera pensatrice e una libera insegnante:
in una maniera a dir poco pazzesca per una neoplatonica, si
metteva a tenere lezioni di astronomia e filosofia a tutti,
in mezzo alle strade; discuteva per le vie, spiegando a tutti,
ricchi e mendicanti, donne e vecchi, le idee di Platone imparate
ad Atene da Plutarco, idee contrapposte a quelle di Aristotele.
Con gli ebrei discuteva di Sephirot e con i suoi correligiosi
fedeli ai Neteru, gli Dei tradizionali egizi, parlava di teologia.
In un certo senso, Ipazia rappresentava quell'ideale di donna-Sofia,
di Sapienza che gli stessi Gnostici assimilavano alla Dea
Iside che tanto, noi di Sator ws, conosciamo. Ipazia rappresentava
ciò che la donna costituiva millenni addietro: una sacerdotessa
della Madre Terra, che con gli strumenti del Sapere e della
Logica riesce a trasmettere ai suoi simili le Verità
dell'Universo. In questo senso Ipazia era vicina alla figura
della strega, così come concepita dall'Inquisizione:
una donna colta, consapevole e desiderosa di aiutare il suo
prossimo con le sue arti. Ovvio fu che attorno a una tale figura
Alessandria vide l'afflusso di un numero incredibile di sapienti.
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| (Sopra) Ipazia probabilmente aveva
questo aspetto. (Sotto) La Biblioteca di Alessandria, culla
del sapere antico. |
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Mentre in Occidente l'Impero Romano iniziava a soccombere
sotto i colpi delle invasioni barbariche e mentre in Oriente il futuro
Impero Bizantino acuiva le distanze con il regno gemello, ad Alessandria
si realizzava il curioso caso di una donna estremamente dotta che
divenne il motore culturale di un'intera regione. Lo stesso prefetto
romano, Oreste, divenne un neoplatonico, amico intimo di Ipazia e
frequentatore delle riunioni dei circoli filosofici. Fu per questo
che un fanatico come il vescovo Teofilo, per quanto appoggiato dalla
Chiesa di Roma e sostenuto dall'Imperatore d'Oriente, a parte l'incalcolabile
perdita della Biblioteca e la distruzione del tempio di Serapide,
poco o nulla poté per radicare il culto cristiano. Certo Teofilo
era un uomo violento e circondato da individui loschi, ma i cristiani
veri, immuni alle parole del vescovo, continuavano la loro vita multiculturale
apprezzando quel miracolo che si stava realizzando. Purtroppo
Teofilo morì nel 412 e al suo posto venne nominato un uomo
ancor più violento. Roma, in disaccordo con le altre Chiese
d'Oriente e contro tutti i consigli, nominò vescovo di Alessandria
il nipote di Teofilo, un fanatico monofisita chiamato Cirillo. Era
africano e aveva studiato assieme a Sant'Agostino, ma senza avere
un interesse concreto per la teologia. Così, nominato in una
piazza apparentemente così poco cristiana e molto gnostica
come Alessandria, il neovescovo continuò, inasprendola sempre
più, la politica del predecessore. I cristiani alessandrini
della Scuola Catechetica non lo seguivano nelle sue idee fondamentaliste?
Bene, Cirillo ebbe l'idea di "assoldare" dei derelitti e
mentecatti da tutta la provincia romana, pagandoli con cibo e vestiti
in cambio dei disordini che avrebbero dovuto creare…
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Dopo
aver perseguitato gli ebrei, scacciandoli dalla città e saccheggiandone
le sinagoghe, aizzò la folla fanatica contro lo stesso prefetto
Oreste, colpevole di aver arrestato uno dei "parabalanoi" (letteralmente
parabolani, "barellieri", i seguaci del vescovo). Nei
tumulti che seguirono Oreste fu ferito da un facinoroso che,
arrestato dai soldati, fu messo a morte. Seguendo uno schema
strategico di aumento della tensione, Cirillo celebrò un funerale
da martire per il parabolano colpevole del ferimento, dimenticando
che la religione ufficiale dell'Impero era la cristiana e che
Oreste, obtorto collo, era cristiano! La misura era colma, la
situazione era bollente, pronta a esplodere, ma ci fu chi quella
bomba la disinnescò. Ipazia, con la sua solita arte mediatoria,
riuscì a convincere il clero filognostico cristiano a richiamare
una parte dei rivoltosi, in nome di una visione comune della
vita cittadina. Benché in privato continuasse a praticare il
suo culto, benché professasse convinzioni filosofiche di stampo
platonico, Ipazia si disse convinta a realizzare nel pubblico
un sincretismo tra le convinzioni di tutti. Una specie di Pax
Deorum in cui le questioni metafisiche sarebbero state messe
in secondo piano, in nome di uno sviluppo delle tematiche più
pratiche in grado di aiutare il mondo civile. Un tema per nulla
distante dalle idee templari o successivamente rosicruciane,
che fanno del sincretismo e dell'allegoria strumenti comuni
della loro teologia… Ma Cirillo, a tre anni dal suo insediamento,
un giorno capì che Ipazia era il vero ostacolo alla sua ambizione.
Un gruppo di monaci eremiti e di fanatici provenienti dalla
Tebaide, guidati da Pietro il Lettore, un bel giorno assalì
Ipazia per le strade di Alessandria, intenta come suo solito
a insegnare filosofia e matematica ai suoi allievi. Colpita
alla nuca dalla mazza ferrata di Pietro il Lettore, la donna
fu denudata e trascinata dai cavalli fino alla chiesa di San
Cesario. Qui, sul corpo ancora esanime, i cristiani inferociti
riversarono la loro bestialità, facendo il corpo a pezzi a colpi
di cocci e conchiglie. Il corpo di Ipazia, ridotto all'osso,
fu infine gettato tra i rifiuti, in senso di ultimo disprezzo.
Era l'8 marzo 415 CE: Otto Marzo, Festa delle Donne! |
| (Sopra)
Cirillo successe a Teofilo alla guida della Chiesa d'Alessandria
e fu enormemente più crudele del predecessore. (Sotto) L'omicidio
di Ipazia avvenne l'8 marzo 415 C.E. |
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In tutto l'Egitto fu totale la costernazione, il prefetto
Oreste non riuscì a provare che l'ordine di uccidere Ipazia
fosse giunto da Cirillo e tutti i suoi tentativi, rivolti all'imperatore
Teodosio II, di far dichiarare la legge marziale in città furono
vani. Ma Teodosio II era giovane e imbelle, succube della sorella
Pulcheria, devota ammiratrice di Cirillo… E così l'inviato
imperiale per l'ordine pubblico, tale Edesio, se ne tornò a
Costantinopoli con le tasche piene dell'oro donatogli da Cirillo e
la Chiesa Alessandrina poté prendere il potere nella città
del sapere e della cultura. Gli effetti della
morte di Ipazia furono però devastanti. Filosofi, sapienti,
letterati: tutti, in preda al panico e alla costernazione, abbandonarono
Alessandria e la città morì culturalmente, in una letterale
apocalisse della filosofia i cui effetti si sentirono per quasi mille
anni. Alesandria morì, semplicemente; la città perse
il suo ruolo di guida, di faro del sapere universale. Assieme ai letterati
e ai sapienti che emigravano in ogni dove, la città fondata
da Alessandro Magno per essere il centro culturale del mondo perse
la sua essenza e rimase soltanto un porto ottimo per il commercio
del pesce che i pescherecci portavano in grande quantità. La
Scuola Neoplatonica tornò mestamente ad Atene, ospite di quel
Teodosio II che aveva tradito l'Umanità intera con il suo appoggio
interessato ai fanatici. Ma non per molto i filosofi rimasero nella
città che fu di Platone: già nel 529, centoquindici
anni dopo, Giustiniano li fece emigrare definitivamente. L'Imperatore
Bizantino, in un eccesso di zelo cristiano, fece chiudere la scuola,
anzi per meglio dire la "vendette" all'imperatore persiano
Chosroe I, il quale era curioso di filosofia e garantì a tutti
la facoltà di professare liberamente il platonismo. E' assurdo
pensare che i filosofi occidentali più eclettici trovarono
spazio là dove la tradizione aveva collocato il più
formidabile nemico di quella Grecia di cui rappresentavano il supremo
prodotto: fu la Persia a salvare il Platonismo e quando, cent'anni
dopo, l'Impero Persiano fu assorbito dall'espansione musulmana, i
filosofi poterono continuare i loro studi in un ambito anche più
stimolante.
Ma torniamo a Ipazia per un istante. La sua morte non passò
inosservata nel mondo religioso. Molti, anche tra i Cristiani, furono
coloro che narrarono la cronaca della sua morte; tranne la cronaca
idiota in tutto del vescovo Giovanni di Nikiu, indegna di un essere
umano, tutte le descrizioni concordano sulla brutalità e sull'efferatezza
dell'omicidio. Damascio, filosofo platonico, e Socrate Scolastico,
avvocato cristiano di Costantinopoli, accusarono senza mezzi termini
il clero alessandrino, specificando anche i benefici che esso avrebbe
tratto dalla morte della donna. Erano accuse circostanziate, che da
un lato non impedirono alla Chiesa Romana di santificare addirittura
lo spietato Cirillo alla sua morte, avvenuta a metà del V Secolo
(tranne poi condannarlo nel VI Secolo come eretico monofisita). Ma
la difesa dell'operato di Ipazia da un altro punto di vista permase
nel tempo e giunse all'epoca templare, quando certamente la visione
della filosofa di sincretismo tra le religioni fu presa a modello
dei rapporti tra l'Ordine del Tempio e le altre correnti musulmane
ed ebraiche. In realtà, fu il Neoplatonismo a far breccia in
Occidente; sebbene fortemente osteggiati e anche in parte affossati
dall'Inquisizione, l'Idealismo platonico trovò nella nascente
borghesia mercantile e nelle classi agiate non nobiliari degli attenti
ascoltatori.
| Il popolino
lo si poteva tenere nell'ignoranza e nel terrore della punizione
divina; i più ricchi (e in grado di studiare) non accettavano
le ridicole visioni dei predicatori medievali, e così
si formò un humus culturale che diede i suoi frutti a
partire dal '400, ovvero cent'anni almeno dopo la disintegrazione
dei Templari ad opera del re di Francia Filippo il Bello e del
papa Clemente V (in mezzo, la caccia alle streghe, la Peste
Nera e il rischio di estinzione dell'Uomo nell'Europa Occidentale).
Furono gli Umanisti a riportare in auge l'idea di un essere
umano soprannaturale, portatore di un'essenza divina e in grado,
attraverso il suo libero arbitrio, di decidere il suo destino.
"Homo faber fortunae suae", dicevano i Romani e questo
ripetono, in pieno Rinascimento, anche Marsilio Ficino, Pico
della Mirandola, Lorenzo de' Medici: fu qui che nacque idealmente
la rivolta dei Protestanti, fu qui che l'idea di libertà
ebbe la meglio sulla barbarie di chi invece considera gli esseri
umani solo dei peccatori asserviti al demonio. In un certo senso,
i Templari trovarono nel Rinascimento la realizzazione delle
loro utopie; Ipazia stessa, dipinta incredibilmente nell'affresco
di Raffaello "La Scuola di Atene", sembra ancor oggi
parlarci e raccontarci il suo messaggio. |
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| (Sopra)
La "Scuola di Atene", il celebre affresco di Raffaello custodito
nei Palazzi Vaticani. Ipazia si scorge sulla sinistra, vestita
di bianco: è l'unico personaggio che guarda verso gli spettatori.
Il pittore volle rendere omaggio alla grande filosofa dipingendo
il manto di bianco, simbolo di purezza e verginità; ma anche
fu un "affronto" ai prelati romani, gli stessi che mille anni
prima condannarono a morte l'eccezionale donna. |
Un messaggio che fece di Ipazia una bandiera di lotta
contro il fanatismo religioso, del sapere contro la stupida ferocia
degli integralisti: una bandiera che fu dapprima impugnata dagli Illuministi
e che divenne, nell'800, il simbolo del Paganesimo eroico, di quella
"Cultura della Vergogna" (secondo la felice definizione
coniata negli Anni '30 dall'antropologa Margaret Mead) che faceva
dell'onore e della virtù il più sacro attributo, contrapposta
alla "Cultura della Colpa" di origine ebraica che assecondava,
in nome di un pentimento successivo, qualsiasi comportamento vergognoso
che può definirsi peccato. Forse è questo il senso dell'Antica
Religione: come ci insegnano gli Antichi Egizi e come abbiamo scoperto
nei nostri viaggi alla scoperta dei misteri del mondo, l'Uomo
è in potenza un Dio, ha al suo interno una particella di
energia proveniente da dimensioni superiori ed è conducendo
questa particella verso il suo luogo d'origine che si compie il nostro
destino. Platone l'aveva intuito ai tempi di Atene; Ipazia cercava
di confrontarlo con le convinzioni dei contemporanei, i Templari inserirono
questo concetto nelle cattedrali gotiche,
il Rinascimento lo inserì in quadri e opere d'arte. Ma solo
oggi siamo in grado, forse, di realizzarlo appieno.
Lorena Bianchi
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(Sopra, da sinistra) La moderna Biblioteca, ricostruita nell'attuale
Alessandria; il Faro, simbolo della luce della cultura e della
sapienza che illumina il mondo; Ipazia in versione romantica,
in un dipinto dell'800. La filosofa divenne a partire dal
Rinascimento un'eroina del sapere contrapposta all'ignoranza
barbarica dei fanatici cristiani appoggiati dalla Chiesa Romana.
Infine, un idroscopio, strumento inventato, assieme a molti
altri, da Ipazia.
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